di Marcello Lala
Tomislav Nickolic Presidente della Repubblica di Serbia ha firmato il decreto di scioglimento dell’assemblea Nazionale ed ha indetto le elezioni anticipate per il giorno 24 Aprile. Uno scenario che secondo alcuni politologi Renzi potrebbe ripetere anche in Italia qualora vincesse il referendum confermativo sulla Riforma costituzionale
E così ancora una volta la Serbia va ad elezioni anticipate. Anche le ultime politiche due anni fa lo erano state: Vučić e l’Sns avevano sfruttato in quell’occasione l’enorme boom di popolarità di cui godevano. L’Sns ha attualmente, da solo, la maggioranza dei 250 seggi del parlamento, e insieme con il partner di coalizione Partito socialista della Serbia (Sps) arriva ad una maggioranza dei due terzi.
La domanda d’obbligo è una: perché il ritorno alle urne? Anche in considerazione del fatto che pur prevedendo una nuova affermazione del partito progressista serbo di Vučić difficile è prevedere che l’affermazione elettorale possa essere nelle stesse dimensioni di due anni fa quando tutti gli ultranazionalisti vennero lasciati fuori dal parlamento. Anzi.
I sondaggi indicano, infatti, che l’ultranazionalista Partito radicale serbo (Srs), base elettorale popolare e dei piccoli centri, del famigerato Voijslav Šešelj (processato dall’Aja con l’accusa di omicidio, atti inumani, persecuzioni per motivi politici, razziali e religiosi) da cui è nato per scissione lo stesso Sns, questa volta riesca ad entrare in parlamento superando agevolmente la soglia di sbarramento. E non solo.
E probabile che vi riescano anche la coalizione composta dal Partito democratico della Serbia (Dss) e il movimento Dveri, base intellettuale nazionalista, che si presenteranno insieme alla prossima tornata elettorale. Due blocchi dichiaratamente anti-europei e fortemente orientati a rinforzare le relazioni con la Russia. Due partiti che possono raccogliere molti consensi, puntando sull’elettorato nazionalista che non vede di buon grado la politica filoccidentale di Vučić, e in particolare dalla politica sul Kosovo, che vedono come un “tradimento degli interessi nazionali”.
Sino ad ora le risposte di Vučić al perché si è arrivati ad indire elezioni anticipate non hanno sinceramente convinto la gran parte di analisti e commentatori politici. Il premier serbo ha spiegato che gli è necessario un nuovo mandato quadriennale per portare a termine le riforme avviate. Ma quello che non si riesce a capire è perché voglia complicarsi la vita, perché non proseguire con le riforme nei prossimi due anni di mandato che gli resterebbero, sfruttando la maggioranza dei due terzi del parlamento. E del resto ancor meno credibile appare l’ipotesi della ricerca di una maggiore stabilità politica. Più dei due terzi del Parlamento ed una coalizione stabile e coesa, che si può pretendere?
Ed ecco allora prendere corpo un’altra ipotesi, quella secondo alcuni, tenendo anche conto di prospettive economiche generali poco rassicuranti in tutta Europa, che nei prossimi mesi la fiducia ed il consenso nei confronti del partito progressista di Vučić potranno solo diminuire ed allora meglio andare al voto subito, sfruttando una posizione dominante che consenta di limitare e danni e possa garantire altri quattro anni di governo.
Ad aprile i serbi, e non è certo alternativa di poco conto, si troveranno di fronte alla scelta di appoggiare Aleksandar Vučić per rafforzare la scelta filo occidentale oppure optare per la tradizionale alleanza filo russa con quello che ne deriverà in termini di relazioni diplomatiche ed economiche.
Da parte sua Mosca si è guardata bene da non far sapere come la pensa. Il vicepremier russo Dmitry Rogozin recentemente a Belgrado ha organizzato un incontro con il leader dell’Srs Voijslav Šešelj, qualcosa che ai più è sembrata una vera e propria investitura, un chiaro messaggio politico a tutti gli elettori serbi filorussi.
Vučić che non può apertamente assumere una posizione antirussa, conscio che ampie fette della popolazione serba non amano ne l’Unione Europea, ne gli Stai Uniti, cerca, comunque, di accelerare una serie di processi di liberalizzazione del mercato e punta ad attirare investimenti stranieri. Troppi monopoli nelle mani di alcuni oligarchi danneggiano enormemente l’economia del paese. E se troppe aziende di stato che generano perdite di centinaia di milioni di euro, nel contempo le privatizzazioni incontrano numerosi ostacoli e complicazioni e forti, comprensibilmente, sono le resistenze dei boiardi di stato che fanno quadrato e per conservare i loro privilegi.
Sarà una campagna elettorale difficile e potete scommetterci velenosa, con probabili colpi di scena. Anche perché e, nemmeno tanto segretamente, sono scese in campo la Russia e gli Stati Uniti. La posta in gioco è molto alta.












