di Marina Rota
“Le donne terribilmente libere come me sono destinate a restare terribilmente sole. Per questo, sulla mia lapide non ricorderò nessun uomo, nemmeno Guido. Solo me stessa, Amalia Guglielminetti, poetessa. Sola visse e sola morì.” Otto marzo festa della donna. Rispettare le donne non significa solo evitare di usar loro violenza, ma anche apprezzare la loro creatività, la loro fantasia, il loro talento. Marina Rota sulla storia di Guido e Amalia ha scritto un libro “”Amalia, se Voi foste uomo…” (con prefazione di Vittorio Sgarbi e Claudio Gorlier) che sarà prossimamente in libreria (g.p.s.)
Accadde tutto un’epoca fa, quando la vita mi riservava i suoi doni migliori, per quanto non ne fossi così consapevole, e questi non riuscissero a mitigare la mia naturale inclinazione alla malinconia.
La mia era un’agiata famiglia di industriali; la mia figura esile e slanciata, inguainata in abiti all’ultima moda parigina, mi rendevano l’emblema della sinuosa linea “a serpentina” dello stile Liberty. Con una sdegnosità ambigua, che era sfida e seduzione, attiravo l’attenzione ammirata di uomini e donne. Ma la mia anima inquieta non si sarebbe mai accontentata della sorte matrimoniale alla quale erano destinate tutte le mie coetanee; iniziai a vent’anni a collaborare con «La Gazzetta del Popolo», pubblicando poesie che vennero poi raccolte in Voci di giovinezza; e la mia seconda antologia poetica, Le Vergini folli, riscosse le recensioni entusiaste della critica italiana.
Arturo Graf parlò di una collana preziosissima di versi belli e nuovi; il direttore de «La Stampa», Alfredo Frassati, mi propose una collaborazione continuativa; Dino Mantovani, critico letterario dello stesso giornale, vide in me la reincarnazione di Saffo e di Gaspara Stampa, e D’Annunzio mi definì l’unica vera poetessa italiana.
Aprii un salotto letterario, dove, languidamente abbracciata al mio fascino oscuro e ai cuscini di velluto, discutevo di letteratura e teatro con Salvator Gotta, Lyda Borelli, Ada Negri. Corteggiata e ammirata; musa inquietante dei pittori; enfant prodige nel mondo letterario, mi muovevo maliarda sullo scenario della Torino primi Novecento, percorsa da carrozze e tramvai, ricca di fermenti artistici e sedotta dalle prime innovazioni industriali.
Una sera dell’inverno 1906 mi avviai verso la Società di Cultura – il sancta sanctorum degli studiosi subalpini, due stanze stracolme di libri e riviste internazionali all’ombra del Carignano-. Come al solito si fece silenzio al mio ingresso; avvertivo lo sguardo greve degli ingessati intellettuali alzarsi dai libri e focalizzarsi sulla mia silhouette, sul mio bastone da passeggio, sul mio boa nero, sul cappello alla Rembrandt che raccoglieva a stento la mia chioma corvina. Un’icona ieratica e ambigua, come venivo raffigurata dal tratto pungente del grande caricaturista Golia.
In piedi, iniziai a sfogliare alcune riviste, quando un mormorio alle mie spalle mi incuriosì. Con la coda dell’occhio li individuai. Eccoli: sempre la solita banda di giornalisti e poeti, promettenti e scalmanati, che osavano irrompere nelle sale sacre della cultura disturbando la quiete degli studiosi con schiamazzi, risate, scherzi goliardici di pessimo gusto. Guido Gozzano era il capobanda. E pensare che appariva così perbene, con quell’eleganza da dandy, col suo viso esangue, spirituale, gli occhi glaciali dietro i pince-nez, e un sorriso appena accennato, quasi forzato. «L’emblema della signorilità», lo definiva la comune amica giornalista Carola Prosperi; «Sulla sua bocca– aggiungeva- perfino il dialetto ha un suono aristocratico».
Ascoltare qualche brano di conversazione coi suoi compari, quella sera, non mi indusse certo a cambiare idea sul loro conto. «Bella, è bella…» mormoravano alle mie spalle le canaglie; «Ma è scrittrice, peccato»… «Già, le donne non sanno scrivere»…«Eppure le recensioni sono ottime…» e poi, sghignazzando: «…perché sarà l’amante del critico!» «Inoltre è nubile…» «Peccato, fosse sposata potremmo almeno divertirci un po’…»; «Attenzione, amici: la poetessa si sta avvicinando!». E calò il silenzio su quel manipolo di gaudenti, invidiosi della fama letteraria conseguita da una donna, mentre io, con tutta la fierezza e la dignità di cui ero capace, percorrevo diritta la via verso l’uscita.
Rividi Gozzano in quelle stesse stanze una sera primaverile dell’anno dopo: lui aveva appena pubblicato La via del rifugio e io Le vergini folli. Guido mi fece dono della sua raccolta; e io, avvertita della sua partenza per Genova, dove avrebbe cercato di curare una lesione polmonare appena diagnosticata, gli feci pervenire il plico nel suo luogo d’esilio. Dopo qualche tempo, mi pervenne una sua lettera: in più di otto pagine, con la sua grafia elegantemente vergata, Guido esprimeva un incontenibile entusiasmo per le mie composizioni, che giudicava di gran lunga superiori a quelli di Gaspara Stampa, a suo parere retoriche, se non ridicole, nel loro accademismo. Si dichiarava ammirato dalla mia espressione poetica libera e originale e, scusandosi di avermi scritto per più di tre ore, mi confessava che dei miei sonetti si era letteralmente ‘innamorato’.
Che sentiva riecheggiare i miei versi dentro di sé in ogni momento della giornata, nel ticchettìo dell’orologio, nel rollìo della barca, nelle gocce dei medicamenti, nel soffio del vento fra i palmizi…e che amava abbandonarsi alla loro dolcezza.
Ne fui inorgoglita, perché riconoscevo la sua grandezza di poeta e gli confessai, con la confidenza che ci avrebbe accompagnati per sempre, l’antipatia che sulle prime mi aveva ispirato alla Società di Cultura. Lui mi rispose con ironia: «Lo so, di esservi antipatico. Ma pensate di essermi simpatica voi? Avete invece ai miei occhi delle qualità allontananti»; e mi elencò quanto lo ‘allontanava’ da me: la mollezza delle onde di capelli sulla nuca che non lasciavano intendere la scriminatura dei capelli sotto i caschi piumati, la bocca fresca, gli occhi “di dolcezza servile”, i polsi delicati, fatti per le catene “di un despota padrone”; il profilo, l’eleganza, il mio modo trasognato di incedere, così simile a quello di Eleonora Duse…
Ogni dettaglio aveva annotato Guido, con sguardo da pittore; e forse esagerava negli apprezzamenti proprio come un pittore che provasse l’esigenza estetica di sistemare le pieghe del suo modello, nel procedimento in cui la menzogna umana diviene verità artistica. Benché Guido si affrettasse ad aggiungere che non mi avrebbe corteggiata, perché non poteva amare che se stesso (ovvero, ciò che accadeva dentro se stesso), alla lusinga per la poetessa aggiunse quella per la seduttrice, e mi illusi, poiché essere belle non è una colpa, che dietro all’innamoramento per i sonetti si celasse anche quello per un volto di donna ‘allontanante’ per la sua bellezza.
La nostra corrispondenza proseguì, abbandonando a poco a poco le formule difensive (“Cortese Avvocato, Egregia Guglielminetti”) e diventando sempre più sciolta e intima, anche se talvolta si interrompeva per settimane, a causa della gravità della malattia che Guido mi lasciava intendere, dietro la maschera ironica dei suoi scritti. In quel periodo trascorsi una vacanza a Varazze; avrei voluto scrivere una raccolta di novelle intitolata Sirenette, ma l’atmosfera gaia della spiaggia; i frenetici cambi d’abito; i tuffi, la musica non mi permisero nessuna concentrazione letteraria; e divenni io, la corteggiatissima Sirenetta dei Bagni Margherita…
Lo raccontai a Guido, confidandogli con dovizia di particolari dei due flirt contemporanei che avevo intrapreso per non sbilanciarmi troppo: l’uno con un musicista muscoloso, l’altro con un languido adolescente che mi faceva sentire vecchia, a ventisei anni. Ma anche, per la prima volta, leggera come la spuma del mare e libera dai grigiori crepuscolari.
Intendevo ingelosirlo, Guido; volevo che si manifestasse, finalmente, ma per tutta risposta lui, garbato e ironico, si informava dettagliatamente sulle mie conquiste; e, tornata in città, mi chiedeva continuamente se mi divertissi con qualche pretendente meno sciocco degli altri. Lo immaginavo a Ceresole Reale, con la maschera inalatoria applicata al viso giorno e notte, per poter inspirare; una maschera che gli conferiva, a suo dire, un aspetto da ottuso palombaro. Era assistito, in quella landa desolata, da una fantesca che mi descriveva priva di lusinga, dal volto quadrato senza sopracciglia e cosparso di efelidi, con occhi chiari e slavati: colei che gli avrebbe dato l’ispirazione per il suo poemetto sulla Signorina Felicita… Come gli mancava la grazia parigina di quella Torino dalla quale lo cacciavano i dottori raccomandandogli l’aria del mare e della montagna per i suoi poveri polmoni! Quanta nostalgia provava per le toilette impeccabili delle eleganti signore torinesi, per le visite dal sarto e dal libraio…E quanta struggente nostalgia provavo io per lui, puntino perso nel tramonto delle montagne!
Mi aveva inviato in dono una scatola di crisalidi, con mille raccomandazioni per la loro conservazione, preannunciandomi che, dopo poche settimane, si sarebbero trasformate in un coloratissimo sciame di farfalle nella mia stanza, “fra velluti e merletti”. Ma io osservavo ipnotizzata quelle che portavano già in sé l’effigie orribilmente fissa della morte; e mi chiedevo se anch’io sarei rimasta allo stato delle crisalidi o se, finalmente, un giorno, Guido mi avrebbe lasciato prendere il volo, come una delle sue farfalle.
Dopo tanta intensa corrispondenza, un giorno di fine estate presi coraggio, e gli proposi un incontro, invitandolo a non spaventarsi. Che ne avrebbe detto di una mia visita da ‘amica spirituale’ nella sua villotta del Canavese, in uno dei quei luminosi pomeriggi di inizio ottobre? Guido mi rispose con subitaneo entusiasmo, felice di accogliere la proposta, ma precisando subito che all’incontro sarebbe stata presente anche sua madre, mia ammiratrice. Ero preoccupata di deluderlo, di non apparirgli abbastanza seducente: i viaggi in ferrovia -gli scrivevo-, per quanto brevi, hanno il potere di imbruttire qualunque donna.
Ed ecco il Meleto di Agliè, finalmente: quel luogo intatto della sua memoria, quel suo album di famiglia, quella sua finestra su un mondo lontano dal mondo…Trascorsi con lui un pomeriggio sospeso fra sogno e realtà; pur confidandoci a lungo nel suo salotto, sentivamo che, forse per l’imbarazzo, forse per il timore della retorica, le nostre parole non ci rappresentavano pienamente, tant’è che nelle lettere seguenti ambedue preferimmo ricostruire gesti e silenzi assai più significativi delle parole.
Guido mi scrisse d’aver osservato a lungo il mio profilo, nel suo salotto, e di averne ammirato la perfezione nonostante fosse colpito da un fascio di luce cruda; d’aver notato il battito lento delle ciglia sulla guancia, la perfetta arcata sopracciliare; le donne con un fascino spirituale come il mio, mi rimproverava, non hanno diritto di essere così belle.
Oh, ma perché- mi chiedeva- non ero uomo? Perché non poter vivere sempre insieme, passeggiare liberamente per le vie della città sottobraccio, farci le confidenze che usano scambiarsi i giovanotti…Perché ero donna, e donna così attraente? Non potevo dargli torto, dal momento che in mille circostanze avevo pensato a quanto sarebbe stata più semplice tutta la mia vita, se fossi stata uomo, se non fossi stata costretta a dimostrare più di chiunque altro quanto io valessi; a seppellire, con la mia bravura di giornalista e di poetessa, tutto quell’oceano di pregiudizi di chi non poteva tollerare anche l’intelligenza, in una donna giovane e seducente.
Una sera d’inverno, infine, trovandoci soli da me, i nostri nervi accesi e la reciproca attrazione ebbero il sopravvento; avvenne “ciò che accade e non si sa come accada”; ciò che aleggiava continuamente nell’ombra delle allusioni dei nostri scritti; ciò che era stato tenuto a bada, fino a quel momento, dalla sua decisione di un’amicizia esclusivamente spirituale. Fu l’inizio della fine.
Il giorno dopo Guido partì per la Liguria e mi scrisse ciò che mai avrei voluto leggere. Uscendo dal mio salotto, dov’era avvenuta “la cosa cattiva”, lui, adagiato in una vettura di piazza, con le impronte dei miei canini ancora sulle labbra, ripensandomi spettinata, disfatta nelle vesti dopo l’amore, aveva avvertito un dolore acuto, morale e fisico, per la profanazione della mia effigie spirituale, che avrebbe voluto conservare intatta. Eravamo riusciti, col nostro rapporto fraterno, ad accumulare un tesoro, e l’avevamo poi dissipato in quei pochi minuti che ci avevano resi uguali a tutti gli altri, conformi all’immagine che la società si attendeva da noi. Dov’era finita la nostra superiorità intellettuale, dove la nostra ambizione non banale di una gloria letteraria, più alta, molto più alta, della “sorte comune dei piccoli amanti”?
Leggevo fra le lacrime le sue parole, che provocavano in me un profondo avvilimento. «Mi sono chinato su voi come su un fiore, ma non vi ho mai amata», scriveva. «Perdonatemi. Ragiono perché non amo». Con me, d’ora in poi, non avrebbe più potuto esserci che una tenera amicizia. Con una dolcezza insospettabile in una donna come me, abituata a trattare i pretendenti con un’alterigia sdegnosa, lo invitai a ripensarci; ad apprezzare i rari tesori che ci riservava la vita, a non farmi rimpiangere la tenerezza del mio amore per lui; gli proposi un incontro per poterlo guardare un solo momento negli occhi e nel cuore…Ma quando mi rispose che provava sollievo nel rifuggire la possibile felicità, ancora una volta mi sforzai di comprenderlo, intuendo la sincerità con cui rivelava la sua anima sfuggente, la tormentosa consapevolezza della sua precaria condizione.
La mia linea sinuosa si avvolse attorno al suo riserbo e alla sua malinconia. Mi rassegnai a frenare la mia sensualità, in nome della fascinazione per l’uomo e per la sua poesia; accontentandomi di essere per lui il “buon compagno”, “l’amico necessario”. Mi intonai alla sua pensosità; mi velai di una grazia mite, dissimulando un amore che in me restò sempre vivo: forse la massima prova d’amore. Pur nella mia realtà di donna, mi costrinsi a tramutarmi in simbolo di desiderio e di rinuncia, raggiungendo così, con le mie sorelle letterarie gozzaniane, da Felicita a Carlotta, da Graziella a Cocotte, il vasto terreno delle “rose non colte” .
A poco a poco le nostre belle lettere si diradarono. La malattia incalzò inesorabile, soprattutto dopo il soggiorno a Ceylon prescritto dai medici; e il nostro tenero rapporto si velò di un silenzio interrotto, a volte, da un’eco nostalgica, da qualche grido di appassionato rimpianto sfuggito dal suo cuore.
“Entro ora in una crisi d’ombra e di luce”, mi scrisse un giorno del 1909, e tutto di noi, di lui, parve spegnersi in quel suo sospiro.
Nell’estate del 1916 Guido fu colpito da un’emottisi in uno dei suoi luoghi d’esilio liguri; fu ricoverato all’ospedale protestante di Genova e quindi riportato nella sua casa torinese. La “Signora vestita di nulla”, che da anni spiava i suoi passi- la mia più temibile rivale-, stava ormai per ghermirlo. Quante volte passeggiai davanti a quella casa, immaginando il volto esangue di Guido, il suo respiro sempre più faticoso; intuendo acutamente il suo desiderio d’avermi accanto, almeno come “buon compagno”… Ma sua madre mi proibì di entrare. Non esiste per una donna peggior nemico di un’altra donna.
Guido spirò nel tramonto del 9 agosto 1916, a 32 anni, e io mi ritrovai a singhiozzare disperatamente davanti al suo portone, mentre sfilavano cortei disordinati fra schiamazzi e inni militari, in una Torino impazzita di gioia per la vittoria di Gorizia. Sopravvissi al dolore, seguendo il mio destino di donna e di scrittrice, ma non più di poetessa: chissà perché, infatti, dopo la morte di Guido, non riuscii più a scrivere nemmeno una poesia.
Vissi mille avventure, tutte con giovanotti sani e sportivi, adatti a fugaci appagamenti fisici senza coinvolgimento sentimentale; la versione maschile delle spensierate fantesche cantate da Guido nel suo Elogio degli amori ancillari. Finché, dopo un lunghissimo corteggiamento, cedetti alle lusinghe di Dino Segre, detto Pitigrilli, di dodici anni più giovane di me: un bel ventottenne, giornalista brillante e sfaticato, con un lampo crudele negli occhi.
Da “istrice di velluto” mi trasformai in pitonessa; felice d’essere ricambiata nella mia passionalità, propiziai la carriera di Dino, introducendolo in tutti gli ambienti letterari e giornalistici che ‘contavano’ e in cui ero stimata per il mio talento, convincendo anche il direttore de «Il Mondo» ad assumerlo. Ma la nostra burrascosa relazione, irta di tradimenti, e finita in un’aula di Tribunale, compromise così drammaticamente il mio equilibrio psicologico che decisi di trascorrere da sola tutto il resto della mia vita. Continuai a scrivere in qualche redazione, a Parigi, a Roma, a poco a poco dimenticata, nella mia arte, nella mia grazia, nella mia bellezza che oramai cedeva ai segni del tempo, certamente non gentiluomo con me.
E’ il dicembre 1941. Qualche giorno fa, udite le sirene d’allarme per i bombardamenti su Torino, mentre cercavo di raggiungere di corsa un rifugio antiaereo, caddi dalle scale e mi procurai una ferita a una gamba, alla quale non prestai molta attenzione. Adesso la ferita si è infettata. I medici parlano di setticemia e comprendo dai loro sguardi che non ho speranze. Sto per morire, a sessant’anni, e presto raggiungerò l’elegante poeta che, pur con la sua vena di cinismo acuita dalla malattia, sostenne la mia arte con il suo sincero apprezzamento, e con il peso del suo nome.
Chissà se fra cent’anni le mie opere poetiche, tanto decantate, verranno ancora lette come lo saranno certamente le sue? O se, essendo donna, verrò ricordata in futuro solo per le mie tormentate con Gozzano e Pitigrilli- come un’ appendice della loro vita- mentre le mie poesie cadranno nella damnatio memoriae? In fondo, “le donne non sanno scrivere”…
E le donne terribilmente libere come me sono destinate a restare terribilmente sole. Per questo, sulla mia lapide non ricorderò nessun uomo, nemmeno Guido. Solo me stessa, «Amalia Guglielminetti, poetessa. Sola visse e sola morì».



















Bellissimo, struggente e ricco di quella malinconica rassegnazione che accompagna, purtroppo, le donne che “sanno scrivere”, che “sanno amare profondamente”, che amano la propria libertà di spirito e di condizione al punto da farsi del male, per poi rimanere, ahimè, “terribilmente sole”.
brava Marina x la tua empatia con Amalia e x il tuo stile versatile che sempre ci cattura! :=)
brava Marina x l’empatia con Amalia e per il tuo stile che sempre ci cattura:chapeau!