di Tonino Ferro
“Perché non giudica suo padre?” gli chiede Vespa. “Perché lo amo” risponde lui. Questo basta a spiegare che c’è una ragione, una ragione antica, per la quale la pianta della mafia non è mai appassita, e questa ragione è in gran parte da rintracciare nella forza della famiglia. Quelli che si stupiscono del fatto che un figlio di Cosa Nostra si rifiuti di rinnegare il suo sangue, non capiscono un cazzo del fenomeno, anzi, non capiscono un cazzo in generale, e non possono sedere a parlare di un bel nulla; possono soltanto ammaccare i tasti di Facebook e masturbarsi pensando a quanto è solida la sua morale
“Mia madre amava mio padre alla follia e noi siamo cresciuti in una famiglia meravigliosa. Mio padre tornava ogni sera a casa”.
Cari tutti, il signor Riina Totò tornava ogni sera a casa sua. Lo avete capito? Lo avete sentito? Uno che è stato latitante per tutta la sua vita tornava ogni sera a casa sua. E Corleone non è Città del Messico. Corleone ha una sola strada. Ve lo ha detto, con gli occhi rossi di dolore e la voce rotta, un ragazzo che con quel sanguinario cenava ogni sera. Ma voi non ve ne siete accorti.
Un consiglio. Piuttosto che fare i sit in con la signora Guzzanti, dovreste andare ognuno sotto la questura del vostro Paese a chiedere: come minchia è possibile che l’uomo che ha più morti sulla conoscenza di tutti, il più bastardo essere che la nostra maledetta terra abbia cacato, tornava a casa ogni sera; e faceva splendidamente il padre. Come è possibile.
Ma voi avete a cuore che il figlio di Riina non parli, non venda il suo libro, e non spolveri il mobile vecchio della vostra curiosità. Costa troppo essere curiosi. Meglio una bella “santorata”, meglio una bellissima “faziata”, meglio un bel libro di Gramellini su quanto è bello amare una madre.
Andate a cacare.
“Non tocca a me giudicare mio padre, per i giudizi c’è Dio e c’è lo Stato”. Avete capito? Avete messo in fila queste parole? Gli uomini li giudica dio. I cittadini che sbagliano li giudica lo Stato.
A noi toccherebbe il ruolo non del tutto semplice di giudicare lo Stato. Magari prendendo spunto dalle risposte di Salvo Riina; a noi non tocca giudicare Riina Salvo, come a lui non tocca giudicare suo padre. Così va la vita dentro le democrazie. Ha ragione lui.
Solo che non sappiamo più che ruolo abbiamo, cosa ci tocca fare, siamo confusi. All’antimafia c’è Rosi Bindi; ad agitare le nostre masse ci sono Roberto Fico e gli stellini; Bersani e una parte intransigente della sinistra intransigente rifiuta di commentare le parole del figlio di un boss, per principio. Questo è tutto.
L’ultima cosa ai tanti e soprattutto ai “giornalisti dalla schiena dritta” che hanno preso per il culo Vespa in questi giorni. Rispetto a quello che ha fatto il caro Vespino l’altra sera in Tv c’è solo da levarsi il cappello. E parlo tecnicamente.
Ad ogni domanda ha tirato fuori una notizia, solo che gli italiani sono sempre concentrati sulle domande, le risposte non le capiscono. E il clamore che questa vicenda ha sollevato, è la prova più evidente del fatto che si tratti di una operazione giornalistica importante. Pochi cazzi.
Cosa è giornalismo se non intervistare il figlio di un boss di Cosa Nostra e farlo parlare della sua vita? Che cazzo c’entra la propaganda del libro che sembra aver indignato tanta gente? Stiamo parlando del figlio di Riina, mica di Saviano.
Potreste, voi critici, voi personaggi austeri, voi aspiranti al Pulizer, postare – caso mai – sulle vostre bacheche le interviste che avete realizzato in questa vita e che hanno fatto tremare il potere? Non credo d’essere il solo a volerle leggere.
Chiudo. Falcone riusciva a entrare nel cuore dei mafiosi, riusciva a farli parlare, perché aveva rispetto di loro. Rispetto.
Molti pentiti fumavano solo con lui, parlavano solo con lui perché lui – da giudice – non ha mai giudicato la loro persona, ma solo i loro fatti: la colpa è sempre nostra – diceva – la colpa è delle nostre scuole, delle nostre famiglie, dalla nostra giustizia.
Falcone si sentiva colpevole. Ricordiamocene ogni volta che giochiamo a fare i giudici











