Leo, genio e cialtroneria

di Paolo Isotta

Longanesi era un genio con una punta di cialtroneria della quale era consapevole sebbene della cialtroneria fosse il più grande fustigatore per possedere un intuito infallibile nello scovarla e una ineguagliata capacità di punirla

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Leo Longanesi

“Il Fascismo non ha tolto la libertà di stampa ma ha introdotto la responsabilità di stampa; e i giornali d’oggi sono monotoni, uguali, zelanti, cortigiani, leccapiatti appunto perché nessuno ha il coraggio d’assumere questa responsabilità, a costo di perdere onori e cariche. Non è dunque la libertà di stampa che fa difetto, ma è la stampa, che per vivere in pace si taglia la testa e la mette nel sacco dei luoghi comuni.”

Il fascismo era caduto da tre anni e questo scriveva Leo Longanesi in In piedi e seduti: e adesso ch’esce una splendida antologia longanesiana scelta da Pietrangelo Buttafuoco (Il mio Leo Longanesi a cura di Pietrangelo Buttafuoco, Longanesi, pp. 251, € 19) mi torna il passo all’immaginativa e mi fa interrogare: non è dunque cambiato nulla, la descrizione non è quella dei giorni che viviamo, forse con  aggravati zelo e unzione?

Longanesi era un genio con una punta di cialtroneria della quale era consapevole sebbene della cialtroneria fosse il più grande fustigatore per possedere un intuito infallibile nello scovarla e una ineguagliata capacità di punirla.

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Paolo Isotta

Io l’ho letto passim e disordinatamente nel corso della vita; la contemplazione di quest’antologia, che per la selezione mostra il genio riflesso di Pietrangelo, m’induce a pensare che per quanto il battutista Longanesi sia di suprema qualità alla fine dobbiamo vedere in lui lo storico e il moralista del nostro costume nazionale. Il mio non esser uno specialista del tema mi concede la libertà di affermare, certo dilettantescamente, ch’egli mi pare un discendente di Guicciardini e del Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani.

Longanesi  per MASCHERONI

Quest’operetta fra le più grandi della nostra filosofia politica e della nostra sociologia la lessi la prima volta quarantacinque anni fa indottovi da Piero Buscaroli, che di Longanesi era stato seguace, collaboratore e in parte erede sia come scrittore che come editore: c’è sempre una ragione nel caso.

A comprendere il fascismo più dei libri di Renzo De Felice bastano poche pagine di quest’antologia.

Benedetto Croce lo riteneva un’invasione aliena; Longanesi lo mostra intimo alla nostra natura nazionale nella sua parte bassa: forse davvero fascisti furono in pochi ma l’attrazione e il consenso nati da viltà e convenienza furono quasi di tutti.

Leo Longanesi: la fabbrica del dissenso

Il Mussolini dipinto da Longanesi possiede una sua incompiuta grandezza che diviene poi ridicola e criminale. Allora rivelatore è questo romagnolo di Bagnacavallo là ove addita la sostanziale complicità del fascismo coll’antifascismo e dell’antifascismo col fascismo: quasi da subito, dunque a prescindere da quella che si sarebbe rivelata nel dopoguerra la miseria dell’antifascismo professionista. La pagina che descrive il terrore onde vien preso Mussolini al delitto Matteotti e lo speculare terrore onde vengon presi tutti, dai Savoia a liberali agli antifascisti, che Mussolini fosse per poter cadere, è degna di Tacito e delle riflessioni sulla storia e sull’umana natura nella parte sulla peste dei Promessi sposi. E torno alla mia idea fissa: noi italiani siamo abbietti ma anche il primo popolo al mondo.

(Paolo Isotta, il Fatto Quotidiano)

 

 

 

 

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