L’importanza di chiamarsi Pd

 di Giuseppe Mazzella

 Il Partito democratico è nato nel 2007 dall’incontro tra le culture socialdemocratica, cristiano-sociale e socio-liberale. Romano Prodi, leader dell’Ulivo, nel corso del 2006, incaricò tredici personalità di spicco del mondo della cultura e della politica (Rita Borsellino, Liliana Cavani, Donata Gottardi, Roberto Gualtieri, Sergio Mattarella, Ermete Realacci, Virginio Rognoni, Michele Salvati, Pietro Scoppola, Giorgio Tonini, Salvatore Vassallo, Luciano Violante e Giorgio Ruffolo, che poi abbandonò per contrasti col resto del gruppo di lavoro nelal stesura del testo) di redigere un Manifesto per il Partito Democratico, utile a enunciare i valori del nuovo soggetto politico. E così…

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Matteo Renzi

Matteo Renzi non è deputato (e non lo è mai stato) ma è nello stesso tempo presidente del consiglio e segretario del più grande partito italiano in quella che Mauro Calise chiama la “ democrazia del leader”, ha annunciato che userà il “ lanciafiamme” per ripulire il suo partito, che manderà a Napoli un “ commissario” dopo la tremenda batosta elettorale alle amministrative. Credo personalmente che sarà uno sforzo inutile non serve il “ lanciafiamme” resterà per bruciare il nulla.

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L’errore esiziale nel Pd è nel nome. Chi lo fondò  dalle macerie della vecchia “ partitocrazia” e dal crollo del comunismo storicamente costruito in Unione Sovietica dissolta dopo 70 anni commise l’errore di tranciare con una incredibile velocità tutte le radici ideologiche e storiche dei due  ex-partiti fondatori: la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista Italiano.

Si mettevano insieme una considerevole parte dei postdemocristiani (la cosiddetta sinistra democristiana) ed i postcomunisti, due forze che si erano combattute per 50 anni tanto da essere alternativi l’uno all’altro, anche se sono state sperimentate formule come il compromesso storico, anche se in consociativismo ha influenzato per anni il nostro quadro politico.

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Il partito nascente doveva avere un nome generico e, per ovvi motivi,  non poteva contenere il termine “ cristiano” né quello “ comunista”. La logica – emersa dal cammino della Storia europea e mondiale – avrebbe suggerito il termine “ socialista” o “ socialdemocratico” ma erano termini squalificati in Italia da “ tangentopoli” e non potevano essere utilizzati anche se in Europa i partiti di sinistra o progressisti avevano tutti  la denominazione di “ socialisti” o “ socialdemocratici”.

La Spd – la prima nel 1956 a Bad Godesberg a cancellare il marxismo dal proprio statuto – si era trasformata molte volte ed aveva fatto grandi e piccole coalizioni con i liberali ( Fpd) e con i democristiani ( Cdu-Csu) ma non aveva mai rinunciato al nome. Come dire: mai rinunciato alla bandiera, mai dissolta l’organizzazione territoriale. I socialisti francesi dopo la grande operazione di unità della sinistra laica e non comunista nel 1971 di Mitterand che sciolse la tradizionale Sfio – casa dei socialisti per oltre 50 anni – scelsero  semplicemente “ Parti Socialiste” con il simbolo della “ rosa nel pugno” che furbamente e con tempismo si accaparrò Marco Pannella per i radicali soffiandolo a Craxi che dovette ripiegare sul garofano.

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In Italia questo non poteva accadere. Un “ nuovo partito progressista” non poteva  chiamarsi “ socialista”. Si verificava così che pur essendo vincente una tradizione “ riformista” e “ socialdemocratica” in Europa per chi volesse dirsi di “ sinistra” il nuovo partito italiano non poteva chiamarsi né socialista né socialdemocratico e non doveva avere nel proprio simbolo nessuna indicazione – nemmeno lontana – di riferimento ai vecchi simboli.

Lo “ scopo nobile” – credo quello di Romano Prodi e Massimo D’Alema – di unire la sinistra con il centro dopo la fine del “ secolo breve” doveva avere un nome condiviso. Ed allora semplicemente “ democratico”, come in America e come se noi in Italia potessimo “ saltare cent’anni in un giorno solo” come l’ ultima canzone di Luigi Tenco.

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Massimo D’Alema e Romano Prodi

 

Ecco allora che i postdemocristiani ed i postcomunisti alla ricerca di una identità pensarono semplicemente che bastasse il termine “ democratico”  per unire quello che rimaneva della sinistra e di quello che rimaneva del  cosiddetto centro che in Francia non esiste perché c’è semplicemente una “ droite” e da qualche tempo anche una “ extreme droite”.

Non è una discussione di lana caprina. Il mio vecchio professore di economia politica, Giuseppe Palomba,  nel corso di una lezione ci disse che “ la forma è importante quando riveste un contenuto” ma  a volte testimonia l’ attaccamento ad una “ sostanza”.

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Socialisti degli anni ’60, Saragat , Nenni e De Martino

Quando Nenni e Saragat  si incontrarono nel 1956 per superare la scissione del 1947 dei socialisti italiani impiegarono 10 anni per fare l’ unificazione. Era forma e sostanza. Erano di fatto diventate due organizzazioni diverse anche se ormai avevano una sola ragione di esistenza. I “ notabili” dell’uno e dell’ altro avevano le proprie clientele.

Nessuno voleva rinunciare al nome e così il partito si chiamò “ Psi-Psdi Unificati” con due co-segretari  ( “ L’Espresso” chiamava il Psu il partito dei “coco”!) e soltanto con un congresso – il primo ed ultimo quello di Roma del 1968 –  i socialisti unificati, su proposta di Pietro Nenni, si chiamarono “Partito Socialista Italiano-sezione italiana dell’ internazionale socialista” perché nell’ “ internazionale” sedevano solo i socialdemocratici di Saragat e non i socialisti di Nenni. Il nuovo simbolo fu  un grande sole nascente ma con la falce ed il martello e la scritta in alto “socialismo”.

Durò poco quella unificazione. Un anno dopo si erano già divisi i socialisti la cui rissosità è stata l’autentico dramma della politica  italiana prima, durante e dopo il fascismo. Se qualcuno farà storia dei simboli dei partiti italiani vedrà che il Psi è quello che ha cambiato più volte simbolo grafico sulla scheda elettorale. Che significato ha questo cambiamento continuo? E’ “ forma” che riveste “ sostanza”?

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Avendo scelto un nome così generico ed indistinto – “ democratico” – un nome che nella Prima Repubblica – quello dell’ “ arco costituzionale” – era un pre-requisito per entrare nelle trattative dei “ Governi di coalizione”, caratteristica ineliminabile della democrazia italiana, questo partito era destinato a diventare area di tutti e di nessuno. Tutti vi potevano aderire – chi non è “ democratico”? – ma l’antica “ passione “ per la politica si perdeva. Quale modello di società? Quali “ care utopie” come chiamava Arrigo Benedetti negli anni ‘ 70 la ricerca della Terza Via tra il modello comunista e quello capitalista?

Il Pd  è nato senza una Costituente Nazionale cioè con una partecipazione di “ base”, quella che veniva promossa in ogni piccola sezione dai partiti di massa come la Dc  ed il Pci ed il Psi.

In una biografia di Pietro Nenni di Guido Gerosa – un vecchio libro edito da Longanesi degli anni ‘ 70 –  viene ricordato come nell’esilio parigino di Nenni  ci fu il dibattito nel 1925 sull’ unità tra socialisti e comunisti e che “ l’ Internazionale suggeriva già il nome della nuova formazione: Partito Comunista Unificato d’Italia, sezione dell’ Internazionale comunista”. L’ “ Internazionale” si preoccupava ancora prima della “ sostanza” della “ forma” che valeva più del “ contenuto”.

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Insomma il nome riveste un contenuto. Il Pd tranciando le radici deve ricercare contenuti in  un’area vastissima ma alla quale anche gli altri in tempo di modello unico di sviluppo economico e sociale vogliono attingere. Ne deriva un’enorme disaffezione per la Politica da parte dei giovani  soprattutto nelle piccole realtà locali che sono la più parte d’ Italia. Così la politica diventa un “ mestiere” per pochi e per molti “ aspiranti”.

Che fare? Se non rinascono i partiti “ solidi” con una chiara identità vivremo per ancora lungo tempo questa lunga transazione italiana verso una autentica Seconda Repubblica. Ma come faranno i giovani ad avere una “ identità”? In Francia “ i repubblicani”  riscoprono il “ gollismo sociale”per trovare consensi contro la “ loi travail” ( i francesi non la chiamano job act!) che è proposta da un governo “ socialista”. Il mondo occidentale rischia di essere capovolto con una “ destra” che diventa “ sinistra” ed una “ sinistra” che diventa “ destra” ma ambedue su un terreno “ democratico”. Il nome non basta.

 

 

 

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