di Valerio Caprara
“Anita come here… come here”. Capovolta una frase cult della nostra immaginazione. Piace fantasticare che si sia ricomposta lassù, sempre sotto la regia di Fellini, la leggendaria coppia della “Dolce vita”. Una fontana tra le nuvole, rivive una sequenza indimenticabile.
Non costituisce un’eccezione il fatto che al cinema la star possa sovrapporsi all’attrice e non funzioni il canonico concetto di bravura. Ed è, quindi, più che appropriata nell’ora del lutto l’incessante citazione a opera dei media delle mitiche immagini felliniane che tramandano all’alba degli anni Sessanta una delle sequenze cult di “La dolce vita”.
Quando Anita Ekberg diventa per sempre Anitona, simbolo nell’immaginario collettivo di sesso e sregolatezza contro il moralismo benpensante, star immunizzata dal senso del peccato, dea sorta nottetempo dalle acque, replica moderna delle statue pagane della fertilità: “Marcello come here… come here”. Morta a ottantatré anni, la giunonica bionda calata dal profondo nord europeo all’acme di un’epoca cruciale per il nostro cinema, non è titolare di una filmografia preziosa, è stata perseguitata da vicende private deprimenti e da anni sopravviveva in condizioni di drammatico decadimento fisico aggravato dall’indigenza e la solitudine; ciò nonostante, grazie a uno dei miracoli in cui è specializzata l’ex arte chiave del Novecento, Anitona se ne va, appunto, da diva portandosi dietro i sogni maschili di una generazione, il fruscio in bianco e nero della pellicola ipnotizzata dalla sua fotogenia e i lampi dei flash che a lungo ne illuminarono l’incedere non appena si materializzava nelle strade tra via Veneto e Piazza di Spagna della metropoli d’adozione e d’elezione.
Nata a Malmoe nel 1931, vince a vent’anni il titolo di Miss Svezia e parte per gli Stati Uniti dove non diventa, come aveva sperato, Miss Mondo, ma viene notata e ingaggiata dalla Universal in qualità di surrogato di Marilyn Monroe. Tra il ’55 e il ’58 appare in molti titoli di modesta qualità, ad esclusione di “Guerra e pace” di King Vidor (1956) che le regala una grande popolarità grazie al ruolo della fatua, ingannatrice e superficiale Elena e a quello di protagonista dell’ultimo film della coppia Lewis–Martin, “Hollywood o morte!” di Frank Tashlin (1956), premiato con il Golden Globe alla migliore attrice emergente. Due anni più tardi la voga della cosiddetta “Hollywood sul Tevere”, il fenomeno che vide le Majors trasferirsi in massa a Cinecittà per realizzarvi a minor costo e maggiore influsso del ‘genius loci’ fastosi kolossal storico-mitologici, convince la ragazza a trasferirsi nella città eterna. Il filmetto di routine che l’aspetta (“Nel segno di Roma” di Brignone) anticipa, però, nel titolo la svolta del destino: per “La dolce vita” l’incantatore Federico la vuole esattamente com’è nella vita, torreggiante, carismatica, innocente e provocante nello stesso tempo, incerta nel linguaggio e spontanea nelle movenze e soprattutto dispensatrice di sex-appeal a beneficio del suo disorientato e tormentato alter ego Mastroianni.
Il legame non è, peraltro effimero perché per altre tre volte la sorniona gratitudine del maestro le renderà omaggio: nel magistrale episodio “Le tentazioni del dottor Antonio” dell’antologico “Boccaccio ‘70” (1962) la sua prorompente bellezza esposta nel maxi-cartellone pubblicitario del latte fa letteralmente impazzire l’ottuso e sessuofobico moralista Peppino De Filippo; in “I clowns” (1970) ritorna alla ribalta grazie a uno dei cammei del bloc-notes autobiografico sul rapporto col circo e infine in “Intervista” (1987) s’esibisce in un grottesco revival con il vecchio partner Marcello, ancora fascinoso ma travestito da Mandrake. Gli sporadici rientri a Hollywood non gli portano fortuna, anche quando recita per registi come Aldrich o accanto a colleghi come Sinatra, la Andress o Bob Hope, ma sostanzialmente si svende in una serie infinita di prodotti italiani di serie B o C (“Anonima cocottes”, “I mongoli”) e di produzioni europee altrettanto poco degne di nota (“Poirot e il caso Amanda”).
Lavora anche con Sordi (“Scusi, lei è favorevole o contrario?”) e De Sica (“Sette volte donna”), ma l’altro big della cinepresa che ne coglie l’identità d’attrice condannata, in simultanea allo sfigurarsi di corpo e lineamenti, a una sorta di autoparodia è il Dino Risi di “A porte chiuse”. Più che il film, l’incontro professionale e forse sentimentale ritorna nei ricordi del regista con una verosimiglianza che assume il carattere d’impietosa epigrafe: “Era bellissima, grande (“tanta” direbbero a Roma), con una voce da bambina, bionda, bianca di pelle, solare (Fellini la definì “fosforescente”). Allegra, generosa, ingenua, imprudente, sempre adescata da uomini sbagliati”.










