Aperto per crisi

di Giovanni Pasàn

Il Paese cambia, la povertà cresce, le abitudini si modificano. E non per scelta. Ma perché si è obbligati. Scriveva Giovanni Sartori ne “Il Paese degli struzzi, soltanto quattro anni fa, milleduecento giorni che equivalgono ad una vita.

Visto che i nostri bagnanti ferragostani non sono comandati, visto che non sono obbligati a “spiaggificarsi”, forse ai nostri ferragostani il bagno di folla – stare tutti appiccicati, sudati, unti, insabbiati – forse piace davvero. Ma forse no. Perché i forzati delle vacanze all’italiana un po’ “forzati” sono. Andarsene per Ferragosto per noi è un dovere. Chi resta in città, a casa, disonora il casato: è un poveraccio che porta scritto in fronte di essere un morto di fame. Insomma, schiuma della terra. Comunque, anche se ci piace essere troppi, il fatto resta che davvero troppi siamo.
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Oggi siamo tutti dei poveracci, nulla è più come prima. Basta guardarsi intorno: è ferragosto e le città-deserto di una volta non sono che un lontano ricordi, oggi si contano i negozi chiusi non quelli aperti, oggi l’estate la si passa in grandissima parte in città, ferragosto compreso. Ricordate il passaparola di un tempo, c’è un tabaccaio aperto a San Pasquale, un panettiere al Rettifilo, una pizzeria a Forcella, quando si scambiavano notizie utili per la minima sopravvivenza cittadina, quando si impiegavano sei minuti per fare piazza Garibaldi-piazza Sannazaro, città morte, vuote, implacabilmente chiuse. Si e no qualche turista, per vedere un p’ di movimento si andava agli aliscafi, c’era anche un piccolo chiosco. Era tutto un “Chiuso per ferie”, il cuore di Napoli e come di quasi tutte le grandi citta italiane smetteva di battere per un paio di abbondanti settimane. Città morte.

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Ma ora è tutto cambiato, da una parte all’altra del Paese, economia più “ricche” come quelle del Nord, così come quelle endemicamente fragili del Sud, sono tutte accomunate da un fenomeno sconosciuto, impensabile: ferragosto in città. E’ tutto, o quasi, aperto, nessun disagio, nessun passaparola, nessuna ricerca spasmodica  della farmacia o del salumiere, è nata l’era dell’” Aperto per crisi”. O “Aperto per ferie”. I commercianti, grandi e piccoli, non possono permettersi di perdere neanche un giorno di incassi, piccoli e grandi che siano, tutto è utile, spesso necessario, per andare avanti.

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Ed è praticamente uguale, città turistiche ma anche piccole città di passaggio, non fa differenza. Da qualche parte, come a Genova, è diventato motivo di rilancio. Dice il presidente della Camera di Commercio, Paolo Odone. “Negli anni le abitudini sono cambiate, la città non si svuota più, è diventata una destinazione turistica anche estiva e la crisi ha costretto molti commercianti e molti genovesi a ridurre le ferie al lumicino, o non farle proprio.”

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Da Nord a Sud, dicevamo. Prendiamo Catania, sentite Francesco Sorbello vice direttore provinciale di Confcommercio “La riduzione dei volumi di vendita negli ultimi sei/sette anni si attesta al 35 per cento  mentre le spese fisse sono aumentate, a partire dalla tassazione, specie di quella locale. Le spese fisse, personale, affitti e tassazione, sono componenti che incidono in modo considerevole nei bilanci e ci sono anche se si resta chiusi. Aperti per crisi non è una scelta, è un’esigenza…”

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Naturalmente anche a Napoli è così, figuriamoci. «La media di attività commerciali aperte è dell’80 per cento» dice Pietro Russo, presidente Confcommercio Napoli. “Si chiude soprattutto nelle zone periferiche, mentre in alcune zone del centro storico tocchiamo punte del 90-95 per cento di negozi aperti”. Numeri da record che portano a valori positivi anche nei consumi.”

 

 

 

 

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