Una faccia, una razza, una tasca

di Eduardo Palumbo

Sorridete ci hanno da poco svelato che la crisi è dietro l’angolo, è cominciata la ripresa, per due trimestri abbiamo incamerato uno zero virgola niente, che è sempre meglio del solito segno negativo, il Premier sorride alla faccia dei gufi, lui vede tutto rosa, non solo le nomine dei musei e la poltronissima della Rai, abbiamo assunto centomila precari, che poi nella Scuola siano in continua rivolta, sia gli assunti sbattuti da una parte all’altra del Paese, sia quelli non assunti che si vedono penalizzati, è un altro discorso, figuriamoci.

 C’è qualcosa però che non quadra, in questa società dove si va avanti fra valori reali e valori percepiti, quando poi ti viene sbattuta in faccia la verità dei numeri, allora davvero ti rendi conto, qual è la realtà al di la della grancassa mediatica governativa. I conti non tornano e non è solo questione  di Pil, di debito che cresce in modo insostenibile, del famigerato spread e di quel ragazzo su due che ormai è a casa da tempo, perché il lavoro non c’è, e non sarà una riforma a farlo sbucare fuori.

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Siamo tutti più poveri, sempre più poveri e disperati. Ma se prima lo sospettavamo, lo intuivamo, ora abbiamo avuto la fredda certezza delle statistiche, il raffronto con la dura realtà. Qualche giorno fa la Fipe (la Federazione italiana dei pubblici esercizi) ha presentato una ricerca sui consumi del periodo 2008-2013, la fotografia di un dramma consumato in silenzio.

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Gli italiani hanno tagliato la loro spesa quotidiana addirittura più di tutti i consumatori europei messi insieme. Esattamente 67 miliardi di euro, che nel 2008 ci potevamo permettere e a cui, nel 2013, abbiamo dovuto rinunciare. In poche parole ognuno di noi in media, ha dovuto fare una serie di rinunce, quello che una volta poteva permettersi e che ora, invece, non può più. Esattamente 1.215 euro a testa, un pantalone, un maglione, un telefonino, un cinema in meno, quello che vi pare. L’Europa tutta insieme ha visto svanire opportunità di spesa per soli 56 miliardi di euro. Sembra incredibile, come se l’austerity, quella vera dei sacrifici e delle rinunce, sia un fatto solo italiano, solo noi ci siamo di colpo ritrovati con le tasche drammaticamente vuote.

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Aeroporto di Samos

Certo c’è la Grecia. Ma quello è un altro discorso, siamo alle prese con un paese alla deriva, nonostante si sia arrivati al terzo inutile piano di recupero, si mantiene in vita una economia ed un sistema già morto, che sta vendendo di tutto e di più (è di questi giorni la vendite dei 14 aeroporti regionali -Salonicco, Corfù, Chania (Creta), Cefalonia, Zante, Aktion, Kavala, Rodi, Kos, Samos, Mytilini, Mykonos, Santorini e Skiathos-  alla Fraport di Francoforte per 1,2 miliardi) nell’illusoria speranza di un rientro dalla montagna di debiti. Certo la Grecia, che ormai, non è già più Europa, questa Europa di tecnocrati e banchieri, che vive di solo euro e bilanci, ovviamente.

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Ma, attenzione, dopo la Grecia ci siamo noi, perché nessuno in Europa ha pagato la crisi più degli italiani. A parte il fatto che nel Mezzogiorno alcuni dati , come visto, sono addirittura peggiori di quelli della economia ellenica, siamo la reale palla al piede di Eurolandia, addirittura secondo alcuni “senza” l’Italia l’Europa avrebbe affrontato molto meglio questa maledetta crisi e, molto probabilmente, l’avrebbe già superata o quasi…

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Merkel e Hollande, il duopolio europeo

Prendiamo la Germania. Ii consumi hanno conosciuto un’espansione, in questi anni, che vale, più o meno, la contemporanea contrazione dei consumi italiani. Dove hanno speso i loro soldi i tedeschi? Rispetto al 2008 hanno investito nella casa, nella salute, nei telefonini e nei divertimenti. Un caso? Non proprio, anche la Francia non ha fatto sensibili rinunce al suo tenore di vita, ha vissuto con serenità quello che la Fipe ha definito “il quinquennio nero”. Il tenore di vita non è sensibilmente calato, sacrifici neanche paragonabili a quelli fatti dagli italiani, soprattutto nel settore alimentare.

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Nei giorni interminabili del rigore gli italiani hanno fatto di tutto e di più, abbiamo tagliato dovunque si potesse tagliare dai nostri bilanci familiari e senza nessun risultato, checché si dica. Le bollette sono solo aumentate abbiamo dovuto sborsare, in media 316 euro in più a testa, altro che storie. Aspettando i tagli della spesa pubblica dello Stato, ogni italiano ha cominciato drasticamente a ridurre le spese a casa sua, nel suo tenore di vita. Meno 371 euro per i carrelli della spesa ai supermercati, meno 208 euro per abbigliamento e calzature, meno 458 euro a testa per acquisto autovetture (il consumo di benzina è diminuito del 27 per cento quello del diesel dell’11 per cento) e per i trasporti in generale, biglietti aerei e treno. E inutile dirlo, meno uscite la sera, meno ristoranti, meno viaggi e vacanze ed anche meno cura perle nostre case. Per ristrutturazioni, mobili, aggiusti e roba varia, 131 euro in meno rispetto a cinque anni fa, meno 74 euro per i telefonini e comunicazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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