di Mino Rossi
La chiamano da sempre Sin City, la città del peccato. Ma Las Vegas più che una città è da sempre uno state of mind. Una metafora: regno del vizio, dell’effimero, giochi, sogni, sesso e emozioni. La torre Eiffel, piazza San Marco, la statua della Libertà, la piramide di Luxor. Cuore del mondo, fuori dal mondo. L’unico luogo dove puoi sposarti e divorziare, tutto in un’ora, in una notte.
Il Nevada non ha tasse sul reddito e l’Iva è all’8,1 per cento. Un paradiso. Centoquarantamila e più stanze d’albergo, 40 milioni di visitatori annui, tutto per un brivido. Una favola. Ma anche qui in mezzo al deserto è arrivata la crisi maledetta. Una ricerca condotta dalla banca d’affari Merrill Lynch, rivela che negli ultimi quindici anni le somme giocate nei casino di Las Vegas sono progressivamente calate di quasi il 25 per cento. Al mitico, leggendario Caesar Palace, è uscito il 18 rosso. Ma non è la roulette: il rosso è di 18 miliardi di passivo ed i libri sono stati portati in tribunale. Da qualche mese Las Vegas ha 150 anni. Sono comparse le prime rughe. Ed il primo lifting…
Ah, Las Vegas, fiore del deserto, Las Vegas dei desideri più accesi, Las Vegas calamita rutilante, Las Vegas dei casinò immortali. Seguo le gambe memorabili di Veronica Hart, proprio una di Las Vegas, bellezza sfacciata, e seguendola lungo Freemont Street, sulle Avenue e sui Boulevard, sempre seguendola fino al Flamingo di Bugsy Siegel, qui, davanti ai fenicotteri rosa del casinò, buongiorno Las Vegas e buon compleanno Las Vegas.
Fanno esattamente 110 anni da quando il senatore William Clark del Montana piazzò una ferrovia proprio da queste parti dove non c’era nulla, sabbia di deserto e rocce, e sorse un villaggio, il 15 maggio del 1905. Nessuno ancora sapeva che, come tutte le strade portano a Roma, tutti i sogni, i vizi, le slot, la roulette, il baccarat, il black jack, le pupe e i gangster avrebbero portato a Las Vegas.
Era solo una stazione di sosta per le carovane dei pionieri che andavano in California, una stazione di treni nel deserto del Nevada, ma questo fu proprio l’inizio, prima che Las Vegas diventasse una città, nel 1911, con i suoi abitanti e la sua prima carta di diritto pubblico. Poi, nel 1946, arrivò Bugsy. Scappava da New York, l’irresistibile, sognatore Bugsy Siegel, un poveraccio di Brooklyn, mezzo ebreo, contrabbandiere senza speranze e forse omicida, che ebbe qui l’idea illuminante di piantarvi il primo casinò, il Flamingo. Bella pensata e primo seme gettato nel grande, grandioso, illuminatissimo giardino di casinò che sarebbe diventata Las Vegas. Non se la godette molto, Bugsy, la sua creatura. Gli spararono un anno dopo e un proiettile calibro 30 di una carabina di precisione gli trapassò il cranio.
Las Vegas, vecchia stazione di sosta e, oggi, scintillante richiamo nel deserto. Centodieci anni di storia che sembrano un film, che sono un film. Welcome to Fabulous Las Vegas dicono i cartelli prima di percorrere la Tropicana Avenue e il Charleston Boulevard per infilarci nello stordente, immenso, dritto e fiammeggiante Las Vegas Boulevard dove sono i casinò e gli alberghi famosi. Luci alla ribalta.
Là c’è il Golden Nugget Hotel con la pepita d’oro più grande del mondo, e là sorge il Treasure Island Hotel con il lago delle battaglie navali, e là ancora è il Mirage Hotel con le tigri di marmo bianco e l’eruzione di un vulcano artificiale ogni quarto d’ora, e il Lux or è una e norme piramide nera con la Sfinge, e il Venetian l’hanno costruito appena sedici anni fa ed è proprio Venezia a Las Vegas, un enorme casinò con canali d’acqua e gondolieri e la facciata è esattamente Piazza San Marco col campanile.
Trattengo il respiro davanti al palazzone della Metro, proprio la Metro Goldwyn Mayer, l’albergo più grande di Las Vegas e forse del mondo, seimila camere, e un casinò che è un’avventura cinematografica. C’è proprio il leone che ruggisce, ma è un leone d’oro alto dieci metri.
Se la sono spassata da queste parti i quattro del “branco dei topi” Peter Lawford, Buddy Hack ett, Dean Martin e Frank Sinatra, l’Hollywood più scatenata nella scatenatissima Las Vegas, al Caesars Palace che oggi ha esposto un gigantesco panno nero e portato i libri in tribunale, perché non sempre le favole finiscono con ”e vissero felici e contenti…”.
Oh, sono passati quelli che sono stati tempi indimenticabili al Caesars, mentre Marvolous Hagler faceva a pugni con Roberto Duràn, mani di pietra, in un salone del casinò, e un’altra volta furono Mike Tyson ed Evander Holyfield a picchiarsi selvaggiamente fino a che il primo staccò un orecchio al rivale con un morso memorabile. Il Caesars con colonne romane, legionari, vestali e tanta altra chincaglieria della vecchia Roma dei Cesari ha un parcheggio così vasto che, un anno, ha ospitato un gran premio di formula uno.
Tutto qui è esagerato, magnifico, kitsch, straordinario. Las Vegas, paradiso e infermo, sogno e perdizione, nello scroscio costante delle slot e delle cascate d’acqua. Qui è nata la regola numero uno del poker: una Colt 45 batte sempre quattro assi. Però la regola numero due precisa che se quello che ha in una mano i quattro assi tiene nell’altra mano una Magnum allora vince.
“Viva la vita”: Las Vegas, esagerata, mostruosa, immensa Disneyland per adulti. C’è al Mirage una sala-giochi grande come due campi di calcio e una foresta artificiale. Non c’è un casinò che somigli a un altro. Tutto è vario, variopinto, multiforme, sorprendente. A Las Vegas vivono due milioni di persone e, ogni giorno, ne arrivano altrettante per sfidare la fortuna e il caos organizzato. D’estate si toccano i 40 gradi, ma gli inverni sono freschi e ventosi. Piove raramente, ma quando piove anche la pioggia diventa esagerata. Ci sono state tre inondazioni spaventose negli ultimi anni. Ma nessuno se ne accorge, perché tutti sono negli alberghi e nei casinò, all’aria condizionata, ai tavoli da gioco, nei negozi dello shopping, e non manca nulla, non c’è desiderio che Las Vegas non sia in grado di esaudire. L’inferno è meno seducente. Si va da un Casinò all’altro con passaggi sotterranei e ferrovie monorotaie. E’ sempre notte a Las Vegas perché questa è la sensazione negli immensi casinò e pochi mettono il naso fuori. E si fanno magnifici bagni nelle smisurate piscine coperte degli alberghi.
Siamo andati nella vecchia stazione di sosta diventata la sosta di sogni e di avventure di un eterno e vario popolo di migranti della fortuna. Ed abbiamo scorto però le prime rughe, la grande crisi è passata anche da qui. E s’è portata via milioni di dollari, sbancando la città-Casinò. Non è saltato il banco, è saltato un mito. Non solo gioco, la città dopo 150 anni ha cercato anche altre strade, quasi tradendo se stessa.
Negli ultimi cinque anni l’amministrazione ha speso 1,55 miliardi di dollari per cambiare un po’ volto: da questi investimenti sono nati lo Smith Center for the Performing Arts, il Discovery Children’s Museum, uno spazio gigantesco dedicato ai bambini e il Las Vegas Museum of Organized Crime and Law Enforcement (The Mob Museum). Andare a Las Vegas per andare al museo o per fari divertire i bambini. Bugsy Siegel si rivolterà nella tomba, pace alla maledetta anima sua…












