di Giovanni Pasàn
Non c’è più un rafaelita che sia uno, eppure erano tanti, c’era tutto un popolo azzurro che lo aveva eletto simbolo di un euroNapoli che guardava lontano, del resto per due volte era stato eletto allenatore dell’anno dell’Uefa, il professore che insegnava calcio, parole sue sia chiaro( “Una mia virtù? Mi piace lavorare, insegnare. Sono un professore. Mi piace spingere la gente a migliorare ”)
E si cominciò maldestramente a raccontare la balla “del tecnico più vincente d’Europa” che sembrava riempire d’orgoglio tutti, a cominciare dal presidente. “Sin prisa, pero sin pausa” era il suo motto e ovunque sentivi questa fandonia, dai social azzurri alle televisioni e radio locali e tutti vissero così felici e perdenti. Oddio, non è che perdesse sempre, qualcosa ha portato a casa in due anni (una Coppa Italia e una Supercoppa italiana) ma davvero non si poteva vincere di più?
Tanti, erano tanti, i seguaci del profeta con la panza, Rafo Panza aveva conquistato tutti con quel suo aurea internazionale, erano tutti innamorati di Benitez, non è certo un’esagerazione: c’era un blocco granitico critica-tifosi-società che ne elogiava qualsiasi decisione, qualsiasi impresa, era un po’ come ai tempi di Maradona, ecco veniva forse percepito come il Maradona della panchina. E così gli era concesso, tutto, perdonato tutto. Proprio come a Diego. “Non è una tragedia se non superiamo il preliminare di Champions League” chiarì il professore ed allora, tutti a dire, che si aveva ragione che così fa un club d’élite, se non è oggi sarà domani, la palla rotola, ma quando si è forti rotola dalla parta tua, che dubbio c’è?
Eppure non c’è più un rafaelita, chissà l’avranno buttati via l’ultimo dell’anno, insieme alle cose vecchie e alle delusioni del campionato che è andato: giuro ho girato in lungo e largo la vecchia Capitale dai vicoli assordanti della Sanità, alla quiete della collina di Posillipo, non c’è più traccia del condottiero che faceva battere i cuori, altro che Mazzarri e quelle camicie bianche comprate alla Standa, questo aveva girato l’Europa dalla Spagna era volato in Premier League, e non in periferia, ma nella città dei Beatles, s’era seduto comodo per una vita sulla panca dei mitici Reds all’Anfield Road, lo stadio della leggenda, quello con all’ingresso la scritta “Yuo’ll never walk Alone”, “Non camminerete mai soli” (che poi è anche il magico inno del Liverpool) che se ci pensate forse è l’unico struggente quanto ‘O surdato ‘ nammurato, ma non divaghiamo troppo altrimenti chissà dove andiamo a finire. E su quella panchina tutta rossa aveva anche vinto una Champions League storica, in svantaggio in finale dopo un tempo per 3-0 contro il Milan di Carletto Ancelotti, imprese che solo col benestare di San Gennaro si possono compiere…
Sono arrivato sino a Castelvolturno, la prigione dorata di don Rafè, quella dalla quale non si allontanava mai, perché diciamoci la verità, non è che lui Napoli l’amasse tanto, anzi av eva preso bene le distanze, al punto di non portare da queste parti mai donna Maria e le due “bambine” Claudia ed Agata, anzi non ha mai voluto che lasciassero le vecchia monumentale villa piena di verde nella Liverpool che conta. Ma anche nell’avamposto azzurro nei Regi Lagni non c’è traccia, nessun cenno, nessuna bandiera a lutto dell’ennesimo esonero di don Rafele, anzi è come se non fosse mai esistito…Neanche il ricordo. La memoria corta azzurra.
Quando arrivò a Napoli e venne incoronato il principe dei tecnici, qualcuno cercò inutilmente di osservare che i numeri di Benitez andavano letti in modo diverso, che era un tecnico che non vinceva un campionato da più di dieci anni, un’era geologica nel pallone, che per due volte consecutive aveva avuto le redini di un club detentore della Champions League (Inter e Chelsea) e per due volte era stato esonerato dopo soli sei mesi, pur avendo vinto comunque alcuni trofei (titolo intercontinentale con i nerazzurri e Europa League con i Blues). Ma, si sa, i presidenti sono “ricchi scemi” e vuoi vedere che Massimo Moratti e Roman Arkad’evič Abramovič, che notoriamente buttavano i soldi, non erano i più scemi di tutti? Più che una convinzione era una certezza, vogliamo scherzare?
Ora è arrivato il terzo esonero, ancora una volta dopo appena sei mesi don Rafè è stato accompagnato alla porta della Casa Blanca da Florentino Perez, nonostante il contratto sino al 2018, 4 milioni d’euro l’anno. Sembra un sortilegio, dopo duecento giorni lo mandano a casa. E continuano a pagarlo. A Napoli alcuni lo chiamavano NapoLeone, chissà forse un maledetto intuito. Dopo aver conosciuto i “cent-Jours”, i cento giorni di Napoleone, ormai abbiamo anche i duecento giorni di Benitez, il tecnico dei sei mesi… “Sin prisa, pero sin pausa”, don Rafè. Domani è un altro club.













Da non dimenticare , che grazie a Don Rafael , sono arrivati a Napoli : El Pepita , scippato alla Juve , Calleyon e Albiol , secondo il mio modesto parere il gioco di Benizet con una buona dose di fortuna sia sempre lo mismo : il 4 2 4 , o sbaglio ?