di Paolo Ariete
Confesso che quando lessi la dichiarazione del procuratore di Arezzo Roberto Rossi, nella sua audizione del 28 dicembre scorso davanti al Csm ha, rimasi alquanto stupito. “Io non conosco nessuno della famiglia Boschi, il signor Boschi, i fratelli, i figli; non sapevo neanche come fosse formata. Non frequento nessun politico, non ho con loro nessun tipo di frequentazione”
Ma possibile che in una cittadina di neanche centomila abitanti, mi chiedevo, il capo della Procura cada dalle nuvole su una famiglia che in città, qualcosa conta, visto che Pierluigi Boschi era, tra l’altro, vice presidente della banca del territorio (Banca Etruria) e che la figlia faceva la ministra? Possibile che in Procura il nucleo familiare di Pier Luigi Boschi fosse così anonimo, eppure non sono tanti come i Rossi (1402) , i Peruzzi (531) i Gallorini (432), appena cento sono le famiglie Boschi, possibile che in una cittadina come Arezzo non fossero conosciuti da un magistrato che lavoro sul territorio da diciannove anni? No, non era possibile. Ed infatti non era così. C’è una bella foto, ad esempio, postata dal deputato Marco Donati sul convegno “Arezzo capitale della legalità” del 31 ottobre 2015 dove Rossi e la Boschi sono insieme sul palco…La sconosciuta della sedia accanto, neanche si sono presentati?
Ma c’è di più, ahimè, molto di più. Rossi, che ha un incarico come consulente del governo per la concessione di pareri giuridici in materie penali, interrogato dal Csm aveva negato di aver avuto mai a che fare con l’ex vicepresidente dell’istituto di credito Pierluigi Boschi. Incredibilmente si dimenticò di averlo iscritto nel registro degli indagati e poi prosciolto nell’ ambito di un’inchiesta in cui erano ipotizzati reati gravi come turbativa d’asta, riciclaggio ed estorsione. Era il 2010, Rossi a quei tempo sostituto ad Arezzo aveva cominciato ad indagare su Boschi per una compravendita immobiliare che coinvolgeva anche un suo socio calabrese ritenuto dagli investigatori “personaggio legato alla ‘ndrangheta”. Amnesie.
La fatalità è quella che sorprende sempre più in questa vicenda-Boschi, da una data in poi ad Arezzo, per magia, cambiano molte cose. Ad esempio la prima richiesta di archiviazione per la turbativa d’asta è di febbraio 2013; pochi giorni dopo che Maria Elena Boschi diventa ministro; a novembre per Pierluigi Boschi cade anche l’accusa di estorsione. Ed, attenzione, Roberto Rossi è votato poco a giugno all’unanimità dal Plenum del Csm procuratore capo delle Repubblica di Arezzo ed ottiene la proroga della sua consulenza governativa dal governo Renzi. E non dimentichiamo che anche il multato per “cattiva amministrazione” Pierluigi Boschi, appena due mesi dopo la nomina a ministro della figlia ad essere nominato vicepresidente di Banca Etruria.
Coincidenze, fatalità, dimenticanze, amnesie: il risultato è che “a tutela della trasparenza e della credibilità dell’ operato della magistratura, si è deciso all’unanimità un ulteriore approfondimento sulla vicenda con la formulazione di una richiesta di informazioni al Procuratore Generale di Firenze. Ed è stata accolta la richiesta di acquisizione degli atti del Procuratore Generale presso la Corte di cassazione”. L’esigenza è di accertare perché Rossi non abbia parlato della precedente inchiesta-Boschi e stabilire se il procuratore generale avesse dovuto astenersi dall’indagare su Etruria e sull’operato di Pierluigi Boschi come vicepresidente. Si vedrà, e non è detto che riaffiori anche qualche altro ricordo….










