La memoria e la speranza

di Nico Pirozzi

 Erano sopravvissuti ai campi di sterminio della Polonia orientale. Auschwitz, Belzec, Treblinka, Sobibor, Maidanek… non erano solo il nome di una sperduta località geografica del vecchio continente, per quel gruppo di fantasmi arrivati a ridosso del Natale 1945 a Bacoli

Era l’inferno che avevano conosciuto e anche attraversato. Erano vivi e ancora stentavano a crederlo… Chi, come Samuele Guardascione, che su quella storia ha raccolto una straordinaria mole di documenti e testimonianze, dice che erano una novantina di persone. Ebrei. Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, e chissà quanti altri Paesi ancora, erano i loro luoghi d’origine. Uomini e donne, in maggioranza giovanissimi, che un lucido progetto di morte aveva strappato alla quotidianità di una vita normale.

0zxzxzxzx

La maggior parte di loro aveva riacquistato la libertà da pochi mesi: da quando gli inglesi avevano liberato il lager di Bergen Belsen, in Germania (15 aprile), gli americani quelli di Buchenwald, in Turingia (11 aprile), e di Mauthausen, in Austria (5 maggio), e i sovietici quello di Terezin, non lontano da Praga (9 maggio). Avevano conosciuto in prima persona le sofferenze dei ghetti, l’umiliazione delle deportazioni, l’orrore delle selezioni.

A Bacoli erano arrivati a bordo di una colonna di camion senza insegne, partito il giorno prima dal campo di raccolta inglese di Santa Maria al Bagno, frazione marina di Nardò, nel Salento.

Tosca_1940_primociak

Jean Renoir, Scalera e Vittorio Mussolini

Erano stati fatti scendere nei pressi di una villa che, fino a due anni prima, era stata di proprietà di Michele Scalera, un ricco imprenditore napoletano, che come tantissimi altri italiani era stato in affari con Mussolini e altri gerarchi; così potente (dopo la nascita della “Scalera film”, società di produzione e distribuzione cinematografica) da essere uno dei punti di riferimento della propaganda fascista, ma anche beneficiario, assieme al fratello Salvatore, di gran parte dei finanziamenti che il ministero della Cultura Popolare aveva riservato alla celluloide di regime, dopo il varo della legge Alfieri del settembre 1938.

Villa Scalera

Villa Scalera

Confiscata dal ministero della Guerra dopo il 25 luglio 1943 e dagli Alleati dopo il loro arrivo nei Campi Flegrei, quell’austera dimora accarezzata dalle onde del mare di Miseno, divenne così la casa-ricovero degli ebrei sino all’agosto del 1946.

I contatti con la popolazione locale furono sporadici. Gli adulti conducevano una vita appartata, mentre i più giovani ebbero modo di stringere amicizia con i coetanei del borgo di ‘Casevecchie’: con loro passavano parte del tempo e, grazie a loro qualcuno imparò anche a nuotare”, racconta Guardascione .

Elio Guardascione

Elio Guardascione

“La stanza più grande della casa fu adattata a sinagoga e le pareti affrescate con scene bibliche. Proprio in questa sala, nella primavera del 1946, furono celebrate le nozze di alcune coppie desiderose di sposarsi prima di intraprendere l’Aliyah. Alla cerimonia partecipò anche l’allora sindaco di Bacoli, l’avvocato Ernesto Schiano, che per l’occasione tenne un discorso durante il quale ricordò lo storico legame esistente tra gli ebrei e la comunità bacolese. Una considerazione sottolineata da un lungo applauso. Ma va anche detto che la loro permanenza fu funestata da un tragico evento: durante un tentativo di rapina, un ladro, vistosi scoperto, e nel tentativo di scappare, esplose alcuni colpi di pistola che uccisero uno degli ospiti di villa Scalera”.

10942577_929714410373754_5143476404085596523_o-300x188

Comunque sia, intorno alla metà di luglio del 1946, al primo gruppo di sopravvissuti, se ne aggiunse un secondo. “Si trattava”, spiega ancora Guardascione, “di 183 persone, provenienti anche loro dallo stesso campo di raccolta salentino”.

A organizzare anche questo viaggio era stata l’agenzia ebraica “Mossad LeAliyah Bet”, costola della più conosciuta “Haganah”, che poteva contare sulla presenza di una propria base logistica, probabilmente ubicata in provincia di Bari. Un’operazione ad alto rischio, se fosse stata scoperta dagli inglesi, che davanti alle coste della Palestina avevano inviato navi e aerei, allo scopo di scoraggiare l’esodo degli ebrei europei verso la terra d’Israele.

Amiram Shochat

Amiram Shochat

Il disco verde per l’imbarco clandestino, riguardante il gruppo più numeroso, arrivò nel tardo pomeriggio del 5 agosto. In quelle stesse ore, nelle acque antistanti l’ingresso del porticciolo di Miseno gettava l’ancora la “Amiram Shochat”, l’ultimo nome dato ad una vecchia goletta da 110 tonnellate battente bandiera francese.

Varata nel 1913 con il nome di “Ideros” (poi cambiato in “Ile de la Rose”) era stata noleggiata (a La Rochelle o Marsiglia) dalla stessa organizzazione che aveva pianificato il loro arrivo nel Comune flegreo. L’imbarco cominciò nel cuore della notte, sotto l’occhio vigile del comandante Dudale Ben-Chorin e del suo vice, Jonathan Kinarti.

Poco dopo le 3 della vigilia di Tisha BeAv, giorno di lutto e digiuno nel calendario religioso ebraico, l’imbarcazione aveva già ripreso il mare, con il suo carico di uomini e donne ben nascosto sottocoperta. All’alba del 16 agosto, dopo aver aggirato il blocco navale inglese (fu la prima nave a riuscirci, dopo la fine della guerra), la “Amiram Shochat” giunse in vista di Sdot Jam, la romana Cesarea Marittima. Il trasbordo dei passeggeri, subito dispersi tra gli insediamenti ebraici della zona, avvenne a bordo di tre barche (la “Dov”, la “Rivka” e “Tirza”) appositamente fatte giungere sin sotto la goletta, che – subito dopo – tornò a puntare la prua verso l’Europa.

1EBREI

Il via libera all’imbarco del secondo gruppo di ebrei (che poi era stato il primo ad arrivare a Bacoli), giunse il penultimo giovedì d’agosto. Non tutto, però, filò liscio come per i passeggeri della “Amiram Shochat”. Per giungere all’appuntamento con la “Arba Cheruyot” – una vecchia carretta del mare di 65 metri, battente bandiera italiana, che aveva cambiato il suo originario nome (Fede II) con quello del celebre discorso sulle quattro libertà del presidente statunitense Franklin D. Roosevelt – dovettero percorrere quasi settecento chilometri. In pratica, quanto dista Bacoli da Bocca di Magra, frazione del Comune di Ameglia, in provincia di La Spezia.

Viaggio

Quello che trovarono, una volta saliti a bordo, fu un vero e proprio formicaio umano. I documenti parlano di 1.024 persone, sopravvissuti come loro ai campi di sterminio nazisti. Il viaggio verso Èretz Yisraèl si interruppe nel pomeriggio del 2 settembre, a poche decine di miglia dalla costa di Tel Aviv, nel momento stesso in cui si materializzarono le sagome di due cacciatorpediniere (la “HMS Childers” e la “HMS Chivalrous”) e di una lancia della Polizia. Quando al comandante della nave, il ventiseienne ebreo austriaco Fabi Gaver, venne ordinato di fermarsi e di permettere ad un gruppo di marinai britannici di ispezionare la “Arba Cheruyot”, a bordo scoppiò il pandemonio.

bambini

Disperati, gran parte dei passeggeri scapparono sottocoperta, altri si gettarono in mare nel vano tentativo di raggiungere la costa a nuoto. Due di loro non emersero più dall’acqua. Fermate le macchine e domata la rivolta, la nave fu rimorchiata nel porto di Haifa.

Appena messo piede sul suolo d’Israele, gli oltre mille clandestini furono trasbordati su un’altra imbarcazione (la “Empire Heywood”) per essere trasferiti nel campo di internamento di Karaolos nell’isola di Cipro, dove resteranno fino all’estate del 1947.

Passano gli anni, ma il ricordo di Bacoli e di villa Scalera resta vivo in gran parte di quei ragazzi diventati uomini. “A metà degli anni Settanta vennero a farci visita un gruppo di una ventina di loro”, ricorda Guardascione. “Nel gennaio dello scorso anno il sindaco di Bacoli ha conferito la cittadinanza onoraria a Mordechai Peled, Ben Zion Gasner, Eliezer Mejerovic e Hana Bar Yesha, quattro ex rifugiati”.

best_a56d4dbe266c5d9c0c87_Aschwitz_photo_by_JCC_teen

In occasione della giornata in cui Israele si ferma per ricordare i suoi sei milioni di morti (Yom HaShoah ), anche Bacoli, assieme alla Comunità ebraica di Napoli che ha aderito all’iniziativa, si è fermata per ricordare quella pagina di storia.

Lo ha fatto a villa Scalera, il cui nome resta indissolubilmente legato ad una delle pagine più del Novecento, quale è stata la Shoah, ma anche ad uno dei capitoli più belli e, se vogliamo, anche attuali, della lunga storia di un paese figlio di un popolo di migranti, sbarcati non lontano da lì, quasi tremila anni fa. Alla celebrazione i figli di Meir (Miki) Wiess, sopravvissuto all’inferno Auschwitz, che per otto mesi fu tra gli ospiti di villa Scalera. Il tutto per rinsaldare un patto di amicizia e solidarietà che in quell’angolo di terra flegrea, dove da sempre la storia sfuma nel mito, non è mai venuto meno.

 

 

 

 

CondividiShare on Facebook0Tweet about this on TwitterPin on Pinterest0Share on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Altri post dello stesso Autore