di Giulio Meotti
Tutti santi, quando muoiono. I giornali sono un imbarazzante peana su Inge Feltrinelli. Nessuno o quasi che ricordi, accanto ai meriti, i tanti demeriti.
Vale la pena rileggere quanto scrisse Indro Montanelli, uno dei migliori della storia italiana (assieme a Casalegno), dopo che nel 1977 le Brigate Rosse gli avevano sparato: “Dal Giornale mi mandano tre sacchi di telegrammi: ne hanno contati quindicimila. Ma la notizia che in fondo mi fa più piacere è che in due salotti milanesi – quello di Inge Feltrinelli e quello di Gae Aulenti – si è brindato all’attentato contro di me e deprecato solo che me la sia cavata”.
E quanti brindarono negli stessi salotti buoni quando era stato ucciso il commissario Calabresi? Siamo un paese di editori e letterati che sputarono in faccia a Solzhenitsyn per aver detto che l’imperatore rosso era nudo o che pubblicarono la peggior feccia sulla decolonizzazione o il terrorismo palestinese (Italo Calvino, su tutti).
Quando Montanelli venne gambizzato dai terroristi rossi, il Corriere della Sera evitò di mettere il suo nome nel titolo e parlò soltanto di un “giornalista ferito dalle Br”.
Siamo un paese di codardi violenti, altro che di “signore dell’editoria”.
Come quell’ipocrita di Dario Fo, un altro catechista della rivoluzione, che in una piazza fiorentina con la moglie arpia diede di “lercia terrorista” a Oriana Fallaci. Se c’è una cosa che mi fa schifo è questa piaggeria italiana.










