di Gianpaolo Santoro
Ricordate il marchese Onofrio del Grillo, sprezzante, onnipotente, irridente nobile romano alla corte di Paolo VII, che soffriva il sistema ingessato da ruoli e vincoli, libertà limitate e concezioni dogmatiche della Roma Papalina? Era un ribelle, molto pragmatico e concreto, con le idee chiare, molto chiare di come funzionava il mondo. Ed una volta lo spiegò chiaramente a tutti. Gli capitò di essere coinvolto in una rissa con alcuni popolani che vennero subito arrestati mentre lui, al contrario, venne immediatamente rilasciato. E certo: io sono io, e voi non siete un cazzo, spiegò col suo sorrisetto beffardo. Oggi nella Roma non più papalina, ma non tanto diversa, ancora tutta Palazzi & Casta, non c’è più il Marchese del Grillo. Ma abbiamo il Marchese del Giglio. Matteo Renzi, l’ex sindaco di Firenze, il boy scout premier.
Decisionismo. La parola chiave è decisionismo. Oggi come ieri e come l’altro ieri. Ma non andiamo troppo indietro nel tempo. Il decisionismo è “una concezione teorica della sovranità e dell’ordinamento giuridico elaborata nel XX secolo dal filosofo Carl Schmitt, il quale nella “Verfassungslehre” (1928) concepì il diritto come mera “decisione politica”, espressione di pura volontà normativa da parte del legislatore”… Il termine è stato ripreso, dagli anni 1980, nel linguaggio del dibattito politico per qualificare il comportamento e l’azione di chi tende a superare situazioni di immobilismo con atti che possano essere giudicati non rispettosi delle regole prefissate. E per teorizzare il decisionismo Schmitt nella sua opera “Il custode della Costituzione”, prense spunto dall’articolo 48 della Costituzione della Repubblica di Weimar che prevedeva l’attribuzione di poteri eccezionali al Presidente del Reich (cioè, il Presidente della Repubblica di Weimar). Una sorta di dittatura costituzionale, incondizionata e arbitraria perché fondata sostanzialmente sulla forza.
C’era una volta il decisionismo craxiano, ma erano altri tempi. Era il 1984, giusto trent’anni fa. Ed anche quell’anno ci furono le elezioni europee, ed anche quella volta furono, in qualche modo, storiche. Per la prima volta il Partito comunista superò la Democrazia Cristiana e prese poco più del 33 per cento, con circa undici milioni e settecento mila voti (seicentomila voti in più degli 11 milioni e 100mila consensi ricevuti da Renzi con il suo quasi 41 per cento, ma allora gli italiano votavano…)
Il presidente del Consiglio da poco più di un pugno di mesi era Bettino Craxi alla guida di un governo pentapartitico, l’uomo nuovo della politica italiana, l’uomo forte. Aveva ereditato poco più di sette anni prima da Francesco De Martino un partito socialista dilaniato dalle correnti e succube dell’egemonia comunista, doveva essere un “segretario” di transizione ed invece arrivò a Palazzo Chigi col piglio dell’uomo duro. Craxi guidava un governo di coalizione dove dentro c’erano praticamente tutti, e non un compagine che sembra venuta fuori dal ballo delle debuttanti; non aveva da tenere a bada Alfano ed un partitino del 4 per cento tutto compreso ed un dopolavoro in piena eutanasia come gli eredi di Monti ma doveva duellare con la potentissima Democrazia Cristiana di Ciriaco De Mita.
La sua leadership doveva imporla a gente come Forlani, che faceva il vicepremier, Andreotti, che era ministro degli esteri, Scalfaro, ministro degli interni, Martinazzoli alla giustizia, Longo (fin quando non si dimise per la P2 ) al bilancio, Visentini alle finanze, Goria al tesoro, Gava alle Poste, Altissimo al commercio, solo per nominare alcuni dei ministeri più importanti e significativi.
E, come se non bastasse, aveva tutti i massimi giornali contro. Il “Cinghialone” lo definì Feltri sull’ Indipendente, l’ “ imam” lo soprannominò Montanelli dandogli il senso di un dignitario/satrapo orientale mentre per Scalfari era “ un brigante miserabile che cercava fanaticamente di bloccare l’evoluzione democratica del Pci”. Le vignette di Forattini di solito lo rappresentavano in camicia nera e stivali, per via dei suoi atteggiamenti da uomo forte, da Duce. Mentre Francesco De Gregori ne “La ballata dell’Uomo Ragno” cantava: “è solo il capobanda, ma sembra un faraone, ha gli occhi dello schiavo e lo sguardo da padrone, si atteggia a Mitterrand ma è peggio di Nerone”.
“Vanitoso. Incapace di autocritica. Prepotente. Umorale. Rancoroso. Impulsivo. Vanitoso, Vendicativo. Con una concezione di sé troppo alta.” Come se non bastasse così, impietosamente Giampaolo Pansa descrisse Craxi sul Corriere della Sera. Ma sinceramente le stesse due righe, senza togliere un aggettivo andrebbero bene anche oggi per Matteo Renzi. Sono molti, tanti che notano similitudini fra i due. E non solo per gli amatissimi jeans. Caratterialmente molto diversi. Diventano simili nel modo di fare. E entrambi con un pallino, ammazzare il gattopardo rosso, il Pci. Craxi era timido e chiuso, Renzi appare molto più sciolto e aperto. In comune di certo entrambi hanno avuto una forte determinazione. Ed è quella determinazione che li fa diventare bruschi e sprezzanti. E così quando hanno un obiettivo da raggiungere non hanno esitazioni al radere al suolo burocrazie, asfaltare rallentamenti formalistici, ignorare piccoli, grandi sabotaggi.
Roberto Weber, noto sondaggista, per molti anni dirigente della Swg di Trieste, ora con un istituto tutto suo, l’Ixè, è l’uomo che da sempre conosce meglio di tutti il sentiment del popolo democrat. “ Tutti lo rimproverano di essere un democristiano. Ma non è così. Semmai, è un craxiano. Non c’è mai stato un altro Bettino Craxi prima di Matteo Renzi.”
Insieme a decisionismo, l’altra parola chiave è arrogante. Vittorio Gorresio sulla Stampa chiosò al veleno. “Craxi porta con sé tutta l’arroganza e tutta la protervia degli apparatciki , cioè dei burocrati, dei portaborse improvvisamente saliti al trono”. Dopo le dimissioni da presidente del Partito democratico (carica ricoperta ora da Matteo Orfini, ex portavoce di D’Alema, ex giovane turco ora folgorato sulla via della Leopolda…) Gianni Cuperlo non usò tanti giri di parole. “Renzi è un arrogante, vuole comandare a basta”. Arrogante è anche il termine usato anche da Anna Finocchiaro, però accompagnato da“qualunquista e indecente”. Di certo Renzi non è uno aperto al dialogo.
E non si preoccupa di mediare. A chi non è d’accordo, contesta, protesta, obietta risponde a volte con sarcasmo ( “Fassina chi?”), altre con tracotanza ( “Di preferenze parla proprio Cuperlo entrato in Parlamento da nominato senza neanche essere passato dalle primarie”), altre con durezza ( “La Camusso e la Cgil deve capire che la musica è cambiata…”), altre ancora con sfrontatezza ( “Non lascio l’Italia a Mineo”).
Renzi è uno schiacciasassi. Non sei d’accordo sulla mia riforma istituzionale? Scatta l’epurazione dalla Commissione affari istituzionali, che molti chiamano sostituzione come se fosse una partita di calcio. E’ successo con Mineo, ma anche con Mauro, fatto liquidare dagli alleati in un batter di ciglia. E se non ci pensa lui, assistiamo all’autoesclusione. Alessandro Maran, senatore di Scelta civica, si è dimesso da relatore sulla legge del finanziamento ai partiti perché, parole sue, “ non mi va di essere preso a calci”.
Sono passati trent’anni, diecimila giorni che hanno segnato il Paese. La ricerca dell’efficientismo, il decisionismo che ai tempi di Craxi veniva non solo guardato con sospetto ma confuso con autoritarismo, deriva padronale, “un pericolo per la democrazia”, la definì Enrico Berlinguer, icona spolverata di un partito che non esiste più; quel decisionismo per i soliti noti malato, dicevamo, oggi si è trasformato a sinistra in sinonimo di riformismo, modernizzazione, sburocratizzazione, efficientismo. Il nuovo che avanza, insomma. E se è molto simile, al vecchio che è stato combattuto con le unghie e con i denti, poco importa. Finalmente la sinistra italiana ha trovato un uomo vincente, il suo Craxi, il suo Berlusconi, fate un po’ voi ( a seconda della statura politica che si vuole dare al personaggio), l’uomo che prende i voti e che fa vincere. Renzi è stato acutamente definito il figlio-padrone (perché padre-padrone non è una bella immagine…) della sinistra. Ma addolcito il termine non cambia la sostanza: è solo lui quello che comanda. “Perché io so io e voi non siete un cazzo..” Già, il Marchese del Giglio.














