di Ettore Lupo
Non finiremo mai di sorprenderci. L’Italia è un Paese dove le contraddizioni sono all’ordine del giorno. Basta guardare, ad esempio l’indagine svolta da Fondazione studi del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del lavoro. E che cosa ne viene fuori? Nel primo trimestre del 2014 risultano esserci 35.000 i posti di lavoro disponibili che, incredibile ma vero, nessuno vuole…
E tutto questo nonostante Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 29 anni è hai massimi storici degli ultimi 34 anni. Era dal 1970 che non c’era una situazione così difficile. Il numero di disoccupati è pari a 3 milioni 153 mila, con il tasso di disoccupazione generale che si attesta a 12,3 per cento.
A giugno 2014 sono risultati occupati 903 mila giovani tra i 15 e i 24 anni ma il numero dei disoccupati, pari a 701 mila, è aumentato addirittura dell’8,0 per cento rispetto a dodici mesi prima (+52 mila). Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi è pari al 43,7 per cento. Ancora più preoccupante è il dato degli inattivi: 73,2 nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni non cerca lavoro, con percentuali elevatissime nelle Regioni del Sud Italia.
Ma torniamo ai lavori che nessuno vuole, c’è un l’elemento che salta subito agli occhi. Dall’indagine risulta che per i lavori manuali continua a registrarsi un altissimo livello d’offerta, al quale non corrisponde altrettanta domanda: si tratta di gelatieri, pasticcieri e pizzaioli. Così come commessi, camerieri, parrucchieri ed estetiste, informatici e tematici, contabili, elettricisti, meccanici d’auto, tecnici di vendita, idraulici e posatori di tubazioni, baristi e infermieri. Poi è stato esaminato il comparto agricolo, dove si verifica un duplice fenomeno: a fronte di una crescita del 2 per cento di aziende agricole guidate da giovani, di aziende green economy, esiste una difficoltà a reperire raccoglitori stagionali di frutta ed ortaggi e di trebbiatori.
La mano d’opera è scomparsa, ai giovani certi lavori sembra non interessino proprio. Ma non solo, il quadro risulta desolante sotto molti aspetti. Mancano anche specifiche formazioni professionali, specializzazioni, insomma. Ed ecco allora che mancano 230 mila specialisti in informatica, tlc e e-business, un settore in continua espansione. E’ stato calcolato che nel 2015 la domanda di lavoratori specializzati arriverà a 440 mila unità, mentre in tutta Europa i posti da colmare nelle aziende diventeranno 900 mila. Inoltre ben il 36 per cento delle imprese italiane ha difficoltà a reperire sul mercato figure professionali qualificate, soprattutto in campo ingegneristico, ma anche amministrativo, finanziario e commerciale.
E che cosa dire dei circa 60.000 infermieri (ed il lavoro domestico è coperto da stranieri) che servirebbero? Un altro settore dove la sproporzione fra domanda e offerta si fa sempre più clamorosa. Entro il 2020 occorreranno 250 mila unità in più rispetto alle attuali 390 mila. Dati che sono stati confermati anche dall’ultimo Rapporto dell’Ocse che ha descritto un paese che invecchia ma con comparto sanitario ben qualificato ma numericamente deficitario.
Altro settore lavorativo che cresce nonostante la congiuntura sfavorevole è quello dell’aiuto domestico. Ma la maggior parte dei posti di lavoro (90 per cento circa) come colf e badanti è ricoperto da lavoratori stranieri, soprattutto rumeni, ucraini e filippini.
Nello specifico ecco le richieste inevase di forza lavoro nel primo trimestre 2014: commessi (5.000), camerieri (2.400), parrucchieri ed estetiste (1.900), informatici e telematici (1.400), contabili (1.270), elettricisti (1.350), meccanici auto (1.250), tecnici della vendita (1.100), idraulici e posatori di tubazioni (1.100), baristi (1.000), infermieri (10.000) e pizzaioli (6.000)











