Otto donne nel governo Renzi. Una presenza record, un dato sbandierato con orgoglio. Ma la questione femminile è un’altra cosa. Ed è drammatica. E a Napoli ancora peggio. Siamo il terzo mondo…
Quattordici anni fa, proprio in questi giorni, a Lisbona si tenne una sessione straordinaria del Consiglio europeo per concordare un nuovo obiettivo strategico dell’Unione: sostenere l’occupazione, le riforme economiche e la coesione sociale nel contesto della globalizzazione e di un’economia basata soprattutto sulla conoscenza. E vennero tracciati anche degli obiettivi minimi: entro il 2010 si puntava a raggiungere un tasso di occupazione del 60 per cento per le donne dai 15 sino a 64 anni di età.
Rileggi il programma ambizioso stilato a livello europeo, e ti vengono i brividi. Creare le infrastrutture del sapere, promuovere l’innovazione e le riforme economiche, modernizzare i sistemi di previdenza sociale e d’istruzione, predisporre il passaggio ad un’economia competitiva basata sulla conoscenza. Che cosa di tutto questo è stato realizzato nel Mezzogiorno del Paese, quale processo è stato concretamente avviato e, alla resa dei conti, quali risultati si sono avuti?
In Italia la partecipazione femminile al mercato del lavoro rimane tra le più basse d’Europa: quasi una donna su due è inattiva. Il tasso di inattività delle donne italiane è del 48,5 per cento a fronte della media Ue del 35,1 per cento. Peggio di noi soltanto Malta con un tasso del 55,9 per cento. Poi c’è la Campania, l’altra Italia, dove si registra il record per il più basso tasso di occupazione femminile 20,4 per cento uguale a quello del Pakistan e di poco superiore a quello del Libano, dello Yemen e della Mauritania. Seguono la Sicilia, con un tasso di occupazione femminile del 22,1 per cento, la Puglia 22,7 e la Calabria con il 23,3 per cento. E il record negativo fra le province italiane? Non c’è thrilling: è la provincia di Napoli la maglia nera, il tasso di inattività delle donne è del 72 per cento, cui fanno seguito Caserta con il 70,7 e Foggia con il 70,4 per cento.
Ma non è tutto. C’è un cono d’ombra. I dati ufficiali non raffigurano in pieno la situazione, anzi… A fare la differenza tra il tasso sono le donne che non risultano né tra gli occupati né tra i disoccupati, ma che “informalmente” si barcamenano tra ricerche saltuarie e lavoro sommerso. In questo senso, includendo queste categorie, il tasso di disoccupazione corretto femminile al Sud schizzerebbe al cielo, molto più del doppio di quello ufficiale. Su una popolazione di donne di età 15-64 anni al Sud solo meno di una su tre ha un lavoro stabile. Situazione ancora più critica se si considerano le donne al di sotto dei 34 anni: in questo segmento il tasso di occupazione crolla ancora di più al meno di una su quattro. Ma anche per quelle poche che hanno la fortuna di avere un lavoro, le eccezioni sono dietro l’angolo. In base ad una analisi dello Svimez a parità di qualifica, il gap tra donna del Sud e uomo del Centro-Nord supererebbe il 30 per cento. Un abisso.
Il grande imbroglio. C’è anche un paradosso drammatico nella questione femminile meridionale. Un inganno che ha preso vita proprio dal Consiglio europeo di Lisbona che poneva al centro dello sviluppo futuro il sapere. Ebbene le donne meridionali sono state protagoniste di una grande rivoluzione culturale avendo investito massicciamente in un percorso di formazione e di conoscenza. In rapporto alla popolazione, le ragazze del Sud diplomate sono passate dall’85,1 per del 2000 al 94 per cento del 2009, circa un punto percentuale in più rispetto al Centro-Nord. Ancora meglio sul fronte universitario: le meridionali laureate sono il 18,9 per cento sul totale della popolazione 30-34 anni, quasi 7 punti in più dei maschi (12,3 per cento), pur se sempre distanti dalla performance del Centro-Nord (27,1 per cento) e da ogni confronto europeo.
Ma studiare non basta. Con rammarico ci si rende conto che questo importante passo in avanti delle donne meridionali non ha conseguito i risultati sperati nel mondo del lavoro. Tra le dipendenti sono troppo poche le dirigenti (appena il 26 per cento), tra le lavoratrici autonome, sono troppo bassi i livelli di libere professioniste e lavoratrici in proprio, di associate in cooperativa, mentre spicca il livello abnorme di lavoratrici con una serie di contratti particolari (il 65 per cento del totale è donna).
Poi c’è anche un’altra verità. Nel Mezzogiorno è ancora dominante un sistema welfare familiare e informale che ancora si regge sulla donna, non lavoratrice, costretta ad un ruolo casalingo secondo un modello sociale tradizionale: allevare i bambini, accudire gli anziani. Nel 2009, la percentuale di bambini da 0 a 3 anni che hanno usufruito dei servizi per l’infanzia (essenzialmente asili nido) è stata intorno al 5 per cento al Sud nel 2006) contro il 18 per cento del Centro-Nord. Dati alla mano, è evidente che il welfare certo non sostiene adeguatamente le donne del Sud: nel 2008 in base a elaborazioni Svimez la spesa comunale per interventi e servizi sociali è stata al Nord Est di 155 euro pro capite, al Sud di 52 euro, tre volte di meno. Spicca su tutti il caso dell’assistenza ai disabili, che vede il Nord Est con oltre 5 mila euro a testa a fronte dei 657 del Sud.
E quindi? Le donne del Mezzogiorno se vogliono trovare maggiori possibilità di impiego, allora, sono costrette ad emigrare. Nel 2010 55.500 donne hanno lasciato il Sud trasferendo la residenza al Centro-Nord, pari al 48 per cento del totale (114 mila). Numerose anche le pendolari di lungo raggio, (residenti meridionali che lavorano nel Centro-Nord), pari nel 2010 a 33 mila, il 24,6 per cento del totale (134 mila). Un’emorragia letale, una ferita al morte per il Mezzogiorno.
(* un altro servizio sulla festa della donna nel blog di Carlotta D’Amato)








