Il vicolo cieco
delle città senza memoria

di Nico Pirozzi

 Quando un nome vale l’altro, quando si ricordano i carnefici e si dimenticano le vittime, non si va da nessuna parte. Anche a Napoli e Salerno…

Via Benito Mussolini a Villanova di Camposampiero  in provincia di Padova; via Ettore Muti (“Gim dagli occhi verdi”, l’intrepido segretario nazionale del partito fascista), a Velletri; via Dino Grandi (il ministro degli Esteri  e della Giustizia di Mussolini, nonché estensore del famoso ordine del giorno che esautorò il duce) a Palma di Montechiaro, in Sicilia; via Aurelio Padovani (il segretario dei fasci della Campania) a Santa Flavia, in provincia di Palermo. E ancora, ben nove via Littorio (il più fascista tra i simboli del Ventennio) sparse tra Calabria, Abruzzo, Sardegna, Sicilia e Lazio, e almeno quindici via XXVIII ottobre (la data della marcia su Roma), disseminate tra Toscana, Lazio, Abruzzo, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia. È l’Italia della memoria corta. Anzi cortissima. Che per ignoranza o malafede, superficialità o esecrabile provocazione, celebra, dedicandogli strade, piazze e monumenti, il fascismo, i suoi simboli e i suoi eroi.

È l’Italia per la quale un nome vale l’altro. E poco importa se a congiungere via Silvio Pellico con via Giuseppe Mazzini, a Neviano, in provincia di Lecce, c’è una strada dedicata a Rodolfo Graziani, maresciallo d’Italia, governatore della Libia e ministro della Guerra della Repubblica Sociale Italiana. Più che un eroe da ricordare sui libri di storia e sui muri delle piazze, un imperturbabile macellaio che un tribunale militare aveva condannato a 19 anni di carcere per collaborazionismo, e l’Onu aveva inserito nella lista dei ricercati per crimini di guerra, per le responsabilità nell’uso di gas tossici durante la campagna d’Etiopia e il massacro di diverse centinaia di monaci e pellegrini nel convento copto di Debra Libanos, non lontano da Addis Abeba. Un criminale di guerra come e più di Walter Reder, il responsabile della strage di Marzabotto, ed Herbert Kappler, il registra dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, a cui, però, il comune di Affile, in provincia di Roma, si era sentito in dovere di dedicare il sacrario militare, inaugurato in un tripudio di bandiere nere e braccia tese l’11 agosto del 2012.

Un’Italia smemorata, che ricorda i carnefici e dimentica le vittime. Anche in Campania. Anche a Napoli, dove a cento passi dallo scalone dell’Università Federico II, dove il 12 settembre di 71 anni fa i nazisti massacravano il marinaio Andrea Mansi, una strada ricorda Gaetano Azzariti (la decisione fu assunta dalla giunta Principe, su proposta della Commissione toponomastica, nel luglio del 1970. L’amministrazione comunale che all’epoca accolse la proposta della commissione era composta da democristiani, socialisti, socialdemocratici  e c’erano, tra gli altri Bruno Milanesi, Gerardo De Michele, Ugo Grippo, Antonio Carpino, Carlo Vanin, Vincenzo Russo).

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Gaetano Azzariti

Ma chi era Gaetano Azzariti? Un personaggio – quest’altero signore immortalato in un busto bronzeo custodito nel palazzo della Consulta – a dir poco singolare, non solo per aver attraversato indenne tutte le stagioni politiche del Novecento, ma anche per essere riuscito a cancellare dai libri di storia una parte della sua vita: quella più compromessa col ventennio.

Del fascismo, Gaetano Azzariti, fu, infatti, non solo un fedele servitore (è stato capo dell’ufficio Legislativo del ministero della Giustizia sin dal 1927, nonché protagonista della codificazione civile del 1942) ma anche un convinto sostenitore (il suo nome compare tra le personalità che, all’indomani del luglio 1938, aderirono al “Manifesto della Razza”). Meriti che, il 10 settembre 1939, si dimostrarono più che sufficienti per assumere la carica di presidente del tribunale della razza. Era questo il nome della speciale commissione istituita dalla legge 13 luglio 1939 numero 1024, operante all’interno della Direzione Generale Demografia e Razza del ministero dell’Interno, di cui facevano parte tre magistrati (Azzariti, Antonio Manca e Giovanni Petraccone), due funzionari del ministero (il viceprefetto Giovanni Ortolani e il direttore generale di Demorazza, Antonio Le Pera) e un segretario.

Compito del tribunale, che Azzariti ha presieduto fino al giugno 1943, era quello di esprimere con decreto “non motivato” e “insindacabile” il parere ultimo in merito alla “non appartenenza alla razza ebraica”, che conferiva lo status di “ebreo arianizzato” o “misto non ebreo”. Un bastardo di sangue promiscuo (un “Mischling”, utilizzando la terminologia propria delle Leggi di Norimberga) che generava una diversità nella diversità. La prova che era chiamato a superare l’ebreo che chiedeva di essere arianizzato consisteva nel rinnegare la paternità (biologica), dimostrando di essere nato da una relazione adulterina consumata dalla propria madre o nonna ebrea con un “ariano”. Difatti, una su due delle poco più di cento istanze di arianizzazione accolte dal tribunale della razza erano accompagnate da documenti e testimonianze in tal senso.

Quante però siano state le richieste avanzate e respinte, dove si riunissero, di cosa discutessero i componenti del tribunale della razza, sono domande destinate a restare senza risposta, visto che la stragrande maggioranza dei documenti è scomparsa. Scomparsi i verbali delle riunioni, le pratiche di arianizzazione e tutti gli atti amministrativi. Al punto che a distanza di quasi ottant’anni dagli eventi «non è possibile capire o raccontare come il tribunale abbia lavorato. Possiamo solo immaginare – spiega Barbara Raggi nel documentatissimo lavoro “Baroni di Razza” – la fatica, il dolore e l’imbarazzo di quanti scelsero o accettarono di ricorrervi».

Ma la storia di Gaetano Azzariti non si è esaurisce nell’estate del 1943, con la caduta del fascismo. Tutt’altro. Il suo nome compare nell’elenco dei ministri che il maresciallo Badoglio sottopone al re. Il dicastero che va ad assumere è quello di Grazia e Giustizia. Sarà anche un caso, fatto sta che è proprio nel breve lasso di tempo, che va dal 25 luglio all’8 settembre 1943, che si perdono le tracce dell’archivio del tribunale della razza.

Comunque sia, la guerra finisce. Messa in soffitta l’esperienza di Mussolini, di Badoglio e della monarchia, l’Italia imbocca la via della democrazia e della defascistizzazione. E Azzariti? Per carità, lui è sempre lì. Non nelle vesti di magistrato razzista, ma – udite, udite – di consulente dei ministri Togliatti e Parri nella Commissione di epurazione, il cui scopo era di ripulire le istituzioni dalle persone più coinvolte con il passato regime. Un incarico che affiancherà a quello di componente della Commissione per gli studi attinenti la riorganizzazione dello Stato e della Commissione per la riforma dell’amministrazione, entrambe presiedute da Ugo Forti nell’ambito del ministero per la Costituente. A settant’anni suonati, dopo aver ricoperto anche l’incarico di presidente del Tribunale superiore delle acque pubbliche, Azzariti potrebbe andare in pensione, semmai con appuntata al petto la più prestigiosa delle onorificenze che l’Italia riserva anche a coloro che hanno acquisito benemerenze per attività “svolte a fini sociali, filantropici e umanitari”: la gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, che il 2 giugno 1953 gli conferisce il presidente Luigi Einaudi.

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Giovanni Gronchi

A rimetterlo in pista è però Giovanni Gronchi, che lo nomina giudice costituzionale (incarico che, di lì a qualche mese, giungerà anche per Antonio Manca collega di Azzariti nella speciale commissione operante in seno a Demorazza). E per finire, il 6 aprile 1957, per l’ex presidente del tribunale della razza ed ex ministro Guardasigilli del primo governo Badoglio, arriva la nomina a presidente della Corte Costituzionale.

Sin qui la storia di un uomo, di un magistrato, che al di là delle competenze tecniche che nessuno si sognerebbe di contestargli, ben sintetizza le vicende di un paese più impegnato a rimuovere che non a confrontarsi con le proprie responsabilità. Che ha inventato l’armadio della vergogna e il mito del buon italiano, e che dedica una strada della città delle Quattro giornate al presidente del tribunale della razza. Oltraggiando la memoria di chi, non lontano da via Gaetano Azzariti, è stato vittima delle leggi razziali.

Come Amedeo Procaccia, lo shammàsh della sinagoga di Napoli, deportato ed assassinato ad Auschwitz assieme alla moglie, il figlio e la figlia, la nuora, due generi e i due nipotini: Paolo, di un anno, e Luciana di otto mesi, che fino all’estate del 1943 abitavano al civico 33 di piazza Bovio. Nove persone, nove vittime innocenti della Shoah, a cui Napoli, la loro città, non ha dedicato manco una pietra.

Ma via Gaetano Azzariti, presente anche nella toponomastica della città di Roma, non è l’unico caso di strada titolata a uno di quegli zelanti “scienziati” razzisti che l’Italia farebbe bene a chiamare in causa solo ed esclusivamente per un processo alle proprie responsabilità, che in settantacinque anni non è mai avvenuto. Anche Nicola Pende, Sabato Visco e Arturo Donaggio, tre dei dieci estensori del Manifesto della razza hanno avuto dedicata la loro bella strada: Pende a Bari, Visco a Salerno e Arturo Donaggio a Roma e a Falconara Marittima, in provincia di Ancona. E, come se non fosse già abbastanza, il comune di Castellammare del Golfo, in provincia di Trapani, ha dedicato una via del paese a Telesio Interlandi, il giornalista siciliano fondatore e direttore del quindicinale “La difesa della razza”, punto di riferimento della politica razzista fascista. Identici onori la città di Roma li ha riservati – in località Casal Lumbroso – a Paolo Orano, uno dei fondatori della Scuola fascista di giornalismo, nonché celebrato autore del saggio “Gli ebrei in Italia”, che nel 1937 inaugurò la campagna antiebraica orchestrata dal regime fascista; mentre il comune di Bari non ha trovato di meglio che dedicare una strada a Gino Boccasile, l’illustratore del regime, che firmò gran parte dei manifesti di propaganda della Repubblica Sociale Italiana, divenuti vere e proprie icone del fascismo.

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Giuseppe Bottai

Singolare è anche il caso di Vairano Patenora, in provincia di Caserta, dove una strada del paese è, chissà perché, dedicata a Giuseppe Bottai, ministro delle Corporazioni, dal 1929 al 1932, e dell’Educazione nazionale, dal 1936 al 1943. Misteri della storia e della memoria. Decisamente troppo corta per essere ancora definita tale.

A volte cerco di immaginare cosa sarebbe successo in Germania se un giorno, un qualsiasi cittadino di Monaco o di Lubecca avesse scoperto una Himmler Strasse o una Goebbels Platz. So invece ciò che è accaduto in Italia: nulla. Assolutamente nulla.

 

 

 

 

 

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