Cinguettando dall’aldilà
Twitter regala l’immortalità

di Carlo Paolo Visconti

  “L’uomo vive pochi giorni, spunta come un fiore, poi è reciso; fugge come un’ombra, e non dura. Se l’uomo muore, può egli tornare in vita?” (Giobbe versetto 14) tw33

L’interrogativo è quello che insegue l’umanità da sempre, l’eternità. Quella che Hegel definiva “come qualcosa di totalmente diverso dal tempo, quale presenza assoluta dell’Idea a se stessa”. Ma noi viviamo nel terzo millennio, quello sotto il segno dei social network, dove virtuale e reale si confondono e si fondono, un confine sottilissimo che sempre più caratterizza il nostro modo di vivere. Ed allora non c’è davvero più nulla che possa meravigliare, sorprendere, stupire. Ancora una volta la tecnologia ha fatto irruzione su questo delicato confine:  una nuova applicazione Twitter permette, infatti, alle persone di continuare a “cinguettare” anche una volta morte. Siamo arrivati al tweet “post mortem”, siamo all’illusione dell’immortalità. Ma come è possibile tutto questo? L’idea è stata di  Dave Bedwood, ingegnere informatico dell’agenzia di comunicazione Mean Fighting Machine. “Ho avuto l’ispirazione pensando all’incredibile quantità di dati che pubblichiamo sui profili dei nostri clienti e mi sono chiesto: ci sarà mai una fine?». Il punto di partenza è stato elementare. Se, come ha scritto l’Independent, circa 30 milioni di account Facebook appartengono a qualcuno che non è più in vita, a che cifra si arriva se si sommano gli iscritti a Twitter? Viviamo, in poche parole, in una realtà virtuale sotto certi aspetti sempre più slegata alla realtà, i social media rappresentano un mondo che in parte non esiste più. Ma che continua ad esserci, a vivere anche se in modo statico. Perché allora non continuare far vivere anche in modo dinamico questo mondo?  Ecco allora LivesOn un robot digitale in grado di analizzare le abitudini social di chi è iscritto a Twitter. Grazie a uno speciale algoritmo LivesOn impara come l’utente parla, di cosa ama scrivere e il suo generale comportamento in 140 caratteri di modo da poter continuare a pubblicare tweet simili in caso di morte del malcapitato. Lo slogan dell’applicazione, del resto, non lascia spazio all’immaginazione: “When your heart stops beating, you’ll keep tweeting”. Quando il tuo cuore smette di battere, continua a twittare . La formula dell’immortalità, insomma. Le accuse, ovviamente non sono mancate. Un’idea malata, macabra. Qualcuno l’ha definito una sorta di zombie-social, una iniziativa inquietante e che fa discutere. “Alcuni sono offesi, altri deliziati. Divide la gente per una questione di pancia, prima che filosofica o etica -ha commentato Bedwood-   Immaginate se cominciasse ad essere considerato come un parziale ma legittimo metodo per continuare a vivere. La criologia costa una fortuna, questo servizio è gratis e scommetto che funzionerà meglio di una testa congelata”. Il progetto iniziale era orientato a dare la possibilità alle società di conferire ad altre compagnie il permesso di postare materiale in loro vece. Ma da qui al tweet personale il passo è stato breve. E quello al dopo la morte ancor piu breve.

rip-facebookEsiste già in versione Beta e a inizio estate contava quasi 20 mila iscritti. Chi crea un “account” su LivesOn permette al social di prendere atto della propria routine su Twitter: i followers, i tipi di tweet, la frequenza dei cinguettii, i retweet e quant’altro e nel momento in cui si passa a miglior vita (dopo che il decesso è stato segnalato da una persona incaricata) il proprio account continua la sua esistenza come se noi fossimo ancora tra i vivi. Resta da vedere quanto un robot possa pretendere di entrare nella mente delle persone. Lo stesso Bedwood ha ammesso che un dispositivo in grado di parlare in modo più o meno fluente come uno specifico essere umano è ancora lontano. “L’intelligenza artificiale è il Santo Graal della scienza dei computer. Per il momento vogliamo creare uno strumento che sia utile a chi utilizza i social media e che sia interessato ad avere un “gemello virtuale” che continui a pubblicare argomenti di interesse personale”. Insomma sembrerebbe un sofisticato modo di tenere vive le pubbliche relazioni anche non disponendo di molto tempo. Un paradosso appare subito evidente in questo confuso, ma in continua evoluzione, mondo della Rete. Ognuno di noi ha almeno due o più account attivi: che si tratti della posta elettronica, del social network più in voga o dell’accesso al carrello online di un sito per la compravendita di beni di consumo, siamo oggettivamente ben presenti e capillarmente nell’etere.

Ma cosa succederà realmente a questi nostri profili una volta che le nostre persone non saranno più in vita? Quest’annoso problema sta da molto tempo preoccupando i vari studi legali che si trovano ad affrontare parenti di persone defunte che richiedono loro il permesso di accedere ai dati online dei propri cari. Sfortunatamente le leggi del web su questo fronte sono inadeguate e ancora poco chiare ed ognuno agisce come meglio crede cercando di intuire la volontà dello scomparso o, semplicemente, facendo di testa propria. Se non vogliamo affidare ad altri queste decisioni, è bene pensare preventivamente e decidere se lasciare una testimonianza scritta delle nostre volontà ai nostri cari o dei servizi della rete. Ma torniamo ad un tweet dall’oltretomba o un messaggio Facebook dal Paradiso. Per quanto possa sembrare bizzarra l’applicazione non è l’unica che ha affrontato la questione del destino degli account social in caso di morte dei detentori. Prima di LivesOn c’è stato DeadSocial, un altro dispositivo che permette di comunicare dopo il decesso. In questo caso però è lo stesso utente a scrivere una serie di futuri messaggi e post, pronti ad essere archiviati e pubblicati una volta che sia passato nell’aldilà. Il creatore, James Norris dell’University di Cambridge, ha descritto così DeadSocial: «È uno strumento che ti permette di alimentare il tuo ricordo, di estendere le tue relazioni personali e di creare qualcosa di valore che resti nelle mani di chi è ancora vivo”. death-

 

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