Lo scudetto della libertà
Una storia internazionale

“Il napoletano” non tifa per nessuna squadra.  Oggi ricordiamo i 106 anni dell’Inter. E non è una storia di solo calcio…

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L’Inter del primo scudetto

Ma secondo voi ci sarà o no una ragione per la quale una squadra è la Beneamata, un’altra la vecchia Signora e un’altra ancora, addirittura, un Diavolo? Ora non è che abbia mai pensato, per carità, che un interista possa confondersi fra “poveri gobbi” e “poveri diavoli”, e non dico questo, per puro spirito campanilistico (figuriamoci poi io sono Borbone fieramente scomunicato per passione calcistica dai figli del sole…) o di solo snobismo pallonaro, noi non sporcheremo mai gli scarpini da calcio nelle periferie pallonare della serie B questo è certo, ma perché, al di la di ogni ragionevole dubbio, come si diceva una volta, l’Inter è davvero un’altra cosa. E non solo perché nata sotto il segno dei Pesci, ed è imprevedibile e pazza, proprio come il mese di marzo, e non solo perché è la più amata (ma anche la più odiata), lo share del tifo lo lasciamo ad altri, non mi affascina più di tanto stilare classifiche sul numero di tifosi. Anche perché da sempre siamo tanti, più ti guardi intorno e più ne scopri, il calore e il colore del tifo nerazzurro si vede, si tocca, si sente, in ogni angolo del mondo. Quella che mi appassiona è la graduatoria delle passioni e delle emozioni, dei brividi e delle sensazioni, delle gioie e dei dolori, una carnalità ben diversa rispetto a quella arida dei soli gol, dei trofei e delle classifiche, ed in quella, potete scommetterci, l’Inter è un’altra cosa.

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Giuseppe Meazza

E lo è sempre stata, anzi è proprio nata, per essere una cosa diversa rispetto a tutto il resto. L’Internazionale Foot-Ball Club con i colori “di una notte splendida, il nero e l’azzurro, sullo sfondo d’oro delle stelle” ha rappresentato da subito un grande, grandissimo sogno, ancora oggi un secolo dopo, di piena drammatica attualità, un sogno che ci ha regalato Giorgio Muggiani, che sempre sia lodato, per aver mandato a fan culo Giannino Camperio, un ingegnere industriale presidente traghettatore (doveva consegnare il club nelle mani di Piero Pirelli che aveva i soldi, marchio storico della Milano che produce poi diventato ironia della sorte, ma giustificatamente, bandiera dell’Inter) che nel Milan football and Cricket club (chissà come sarebbe andata a finire se avessero abbandonato il pallone di cuoio per le mazze di legno ed avessero puntato sui battitori anziché sui calciatori) che aveva il vizio di voler fare tutto, allenatore compreso, e questa evidentemente deve essere la nemesi di un club dove chi siede sulla poltrona più alta, vuole per forza sedere anche sulla panca del tecnico e divertirsi a fare anche la formazione.
Ma non è questa del rispetto dei ruoli, certo la ragione per la quale Muggiani, geniale pioniere della nuova forma d’arte della cartellonistica pubblicitaria, insieme ad altri 43 soci dissidenti decise di lasciare il Milan al suo destino: il cuore del problema era l’avallo pieno della maggioranza dei soci all’indicibile raptus autarchico della Federazione che aveva deciso di chiudere il campionato ai calciatori stranieri, assegnando lo scudetto solo a quelle compagini che schierassero esclusivamente calciatori italiani.

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Angelo Moratti

E’ giusto rilevare che il calcio italiano dei primi anni del ventesimo secolo, era caratterizzato soprattutto dal grande apporto proprio degli stranieri. In particolare svizzeri e inglesi, che in gran numero si trovavano nel nostro paese, costituivano l’ossatura intorno alla quale in molte città italiane andavano sorgendo società di calcio, cioè del nuovo gioco che, inventato in Inghilterra, si stava propagando a macchia d’olio nel vecchio continente.
A nulla servì neanche il clamoroso addio di protesta proprio di uno dei primi profeti del football a Milano, quell’Herbert Kilpin che era stato tra i fondatori del club rossonero e il primo capitano della squadra, a far cambiare idea all’establishment rossonero che, anzi, inneggiava ad un settore giovanile nazionalista, balilla rossoneri.
Ora bisogna inquadrare anche quei primi anni del Novecento che covavano il germe fascista, i tempi dell’esplosione di Marinetti e del suo proclama nazionalistico del futurismo “ Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore”. Obiettivo dichiarato: l’orgoglio, l’energia e l’espansione nazionale contro i vecchi e i preti, per una rappresentanza in Parlamento che doveva essere “sgombra da mummie e libera da ogni viltà pacifista”.
Anche lo sport subiva l’espandersi di un pensiero che diventava dominante, non era più solo record, primati, partite e classifiche ma, soprattutto, un grande dibattito che coinvolgeva  educatori, politici, opinionisti e che vedeva da una parte schierati  tradizionalisti e conservatori che temevano che lo sport rappresentasse una pratica estranea alla cultura e all’identità italiana e dall’altra coloro che, invece, ritenevano potesse rappresentare elemento importante nel processo di modernizzazione del Paese. E non fu certo un caso se l’Italia si ritrovò l’unico Paese al mondo dove il football, non conservava nella sua radice linguistica il marchio della patria di origine (in tedesco si dice fu’βball, in spagnolo futbol, in francese football) e si trasformava in calcio. E non solo perché il fascismo italianizzò parecchi termini sportivi che venivano dall’Inghilterra ma anche perché era forte l’esigenza di dare a quel pallone, per il quale cominciavano ad impazzire tutti i ragazzini del Paese, una dimensione nazionalista, si doveva dare loro l’illusione che stessero praticando un gioco italiano, e si tentò, addirittura, la mistificazione di un’attività sportiva che proveniva dall’antica Roma e si chiamava harpastum, una balla colossale che non c’entrava nulla, visto che erano vere e proprie violente battaglie, trenta contro trenta, con una palla di pezza e al massimo poteva ricordava vagamente il rugby.

Inter, Erick Thohir nuovo presidente: il passaggio di consegne

Erick Thohir e Massimo Moratti

Si covavano, insomma, i germi del fascismo in tutti i gangli della società: e quel calcio in prima fila che sbandierava l’ostracismo agli stranieri non era certo un segnale incoraggiante e positivo. Ecco perchè Giorgio Muggianti, con altri 42 dissidenti (molti dei quali italiani di origine svizzera, inglesi, olandesi, francesi, austriaci) decise di dar vita in un ristorante, frequentato da artisti, (l’Orologio) ad una società dichiaratamente “cosmopolita” che si opponeva al modello di società che si andava profilando in Italia, un club alternativo chiamato, non a caso, Internazionale, che aveva valori diversi, “perché noi siamo fratelli del mondo”.
Fu insomma un’opposizione radicale al gretto nazionalismo che rischiava di strozzare sul nascere il movimento pallonaro italiano. E non c’era solo calcio in quello sbattere la porta, c’era uno spirito libertario, senza distinzioni di razze e di pelle, che è sempre stato il vero atto costitutivo dell’Inter. E mi viene da sorridere, ogni qualvolta spunta fuori una patriota in mutande con la solita disarmante considerazione, “ma come si fa a tifare per una squadra che è fatta quasi tutta di stranieri?”, senza sapere, poverino, che l’Inter è proprio nata per questo, per non avere confini nella testa, nel cuore e in campo.
Dirà 55 anni dopo a Washington, nel suo storico “I have dream” Martin Luther King.  “Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.” Voliamo troppo alto? Chissà…

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L’Inter da Papa Benedetto XI

Di certo non era solo calcio, l’idea che ha fatto nascere l’Internazionale, su questo non ci sono dubbi. Di certo non si ha, un secolo dopo, un partner ufficiale come le Nazioni Unite, se si pensa solo a tirare calci ad un pallone, seppur vincenti e prestigiosi. Con il suo progetto InterCampus, che coinvolge oltre diecimila bambini senza speranza, tra i 6 e i 13 anni, abbandonati per lo più, al loro destino nelle  strade più povere del mondo globalizzato, l’anno scorso l’Inter è andato al Palazzo di vetro a prendersi i giusti riconoscimenti direttamente dall’allora presidente dell’Assemblea Onu, il serbo Vuk Jeremic, felice come un bambino, perché tifoso nerazzurro, una passione che viene da lontano  “la prima partita che ho vista da bambino è stata Stella Rossa-Inter 0-1 quarti di finale di Coppa dei Campioni (gol di Muraro, in panchina c’era Bersellini) e rimasi folgorato da quelle maglie nerazzurre…”
Sono trascorsi 15 anni da quando il primo InterCampus ha visto la luce in una favelas di Rio de Janeiro e sono oggi 25 i paesi del mondo (Angola,  Argentina, Bolivia, Bosnia ed Erzegovina, Brasile, Bulgaria, Camerun, Cina, Colombia, Congo, Cuba, Iran, Israele e Palestina, Libano, Marocco, Mesico, Nigeria, Paraguay, Polonia, Romania, Uganda, Ungheria e Venezuela) dove il club nerazzurro ha messo in piedi i suoi programmi filantropici in favore dei bambini poveri.
Nati subito per essere l’Inter. Per vincere dentro e fuori il campo. La Federazione Italiana del Football, spiazzata, imbarazzata, colpita dalla nascita per protesta di un club che si opponeva a un calcio autarchico, solo un anno dopo, nel 1909, decise di riammettere gli stranieri al campionato italiano. Una battaglia vinta contro tutto e contro tutti. Quello, per me, è stato il primo scudetto della storia dell’Inter. Un titolo, quello della libertà, di una società multiculturale e cosmopolita, questo si, vinto sul campo. Ma non l’abbiamo mai rivendicato. Imbarazzanti pagliacciate del genere le lasciamo storicamente ad altri.il-napoletano

 

 

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