di Ernesto Santovito
Cade lentamente un tabù del mondo dello sport, e non centrano le quote rosa
Femmine contro maschi. Una banalità al giorno d’oggi. Come le quote rosa. Archeologia. E’ arrivato Renzi ed ha ribaltato in politica e nelle aziende pubbliche dinamiche secolari. Si vedranno i risultati. Ma noi vogliamo parlare di un mondo dove ancora fra femmine e maschi, le distanze sono molte, sotto certi aspetti ancora invalicabili. Lo sport.
Soltanto un paio di mesi fa, alle olimpiadi russe di di Sochi, per la prima volta dopo ben novanta anni, ad esempio le donne hanno potuto gareggiare nel salto con gli sci. Sino ad oggi le donne sono state escluse con varie motivazioni: era una disciplina troppo pericolosa, si riteneva che l’organismo femminile fosse inadatto e così via. In base a tutti questi argomenti e a molti altri le donne sono state escluse anche da altre discipline: poiché si riteneva che avrebbero rischiato l’infertilità e l’invecchiamento precoce, la gara femminile di corsa degli 800 metri fu eliminata dopo le Olimpiadi di Amsterdam del 1928 (fu riammessa alle Olimpiadi di Roma, nel 1960).
Un episodio clamoroso, quello di Katrine Switzer (nella foto in prima pagina) 1967 anno delle grandi contestazioni giovanili. A quei tempi alle donne era vietato di partecipare alla maratona. Per dissuadere la Switzer alla partecipazione di quella di Boston le fu detto che le sarebbe crollato l’utero. Katrine inviò comunque la sua iscrizione sotto il nome di K. Switzer, senza specificare nel modulo il sesso; quando il direttore di gara si accorse che una donna stava correndo, intervenne strattonandola fisicamente per farla uscire: alcuni intervennero per difenderla, ne nacque una rissa, lei si divincolò e proseguì la corsa. Cinque anni dopo, anche grazie alle sue battaglie, le donne vennero ufficialmente ammesse alla maratona.
Nel 1992 la rivista “Nature” pubblicò il reportage “Le donne correranno più velocemente degli uomini?”. Si sosteneva che i tempi di miglioramento delle donne nella corsa erano molto più rapidi rispetto a quelli degli uomini, che il divario si stava progressivamente riducendo e che proiettando tali dati nel futuro le donne sarebbero riuscite a battere gli uomini in tutte le discipline della corsa entro la prima metà del Ventunesimo secolo. Anzi una decina di anni dopo nel 2004 “Nature” pubblicò anche la data (le Olimpiadi del 2156) in cui le donne avrebbero superato gli uomini nei 100 metri piani. Tesi che venne autorevolmente confermata dal “British Journal of Sports Medicine” con una serie di articoli. “Non c’è dubbio, nel lungo periodo le donne saranno più veloci degli uomini”.
Ma ora, senza dover aspettare quasi un secolo e mezzo, è proponibile una donna che gareggia contro gli uomini? Naturalmente stiamo parlando di sport ai massimi livelli, professionistico non di competizioni giovanili o non riconosciute da una federazione.
Ultimamente i riflettori si sono accesi per l’esordio in in A1 di hockey su pista di Mariateresa Mele, meglio conosciuta come Teta, che ha fatto l’esordio ufficiale con la maglia della Pattinomania nel match contro il Breganze. Una femmina contro i maschi e, ad onor del vero, non s’è notata nessuna differenza in campo. La “Teta” in campo si è mossa con grande disinvoltura e autorevolezza.
Così come un po’ di enfasi si è parlato di svolta epocale per la vicenda di Francesca Avanzo che gioca con la “Stella Azzurra Facen” nel campionato Csi. Per permettere alla Avanzo di giocare insieme agli uomini il comitato organizzatore del campionato di Belluno e Feltre ha dovuto fare una modifica al regolamento acconsentendo che uomini e donne possano giocare insieme nella stessa squadra. Utopia chi pensa che un giorno la Figc possa aprire anche alle donne ed avere squadre miste. “Il calcio non è uno sport per signorine” quante volte abbiamo sentito questo motto da allenatori di tutte le categorie?
Certo, poi, esistono delle eccezioni. Una di queste è stata Jaqueline Freda, la “jockette” più famosa d’Italia, che faceva la stuntman nel cinema prima di decidere di prendere la patente di gentleman rider sotto l’egida del mitico Piero D’Inzeo. E non perse tempo Jacqueline sin dall’esordio (1988) a capire dove stava il traguardo vinse la categoria amazzoni in ostacoli e nel 1991 in piano, anno in cui decise di passare al professionismo e competere con i migliori fantini in circolazione. Nel 1995, con 125 vittorie, si aggiudicò poi, addirittura, lo scudetto dei fantini, una impresa unica.
Nel palmares della Freda troviamo quattro successi in corse di gruppo: due volte (1992 e 1995) vince il Premio Citta di Napoli (gruppo 3) con Guado d’Annibale e nel 1993 sigla la vittoria con il Premio Omenomi (gruppo 3) in sella a Arravanna …












