Il senatore degli scugnizzi

di Ganpaolo Santoro

Il Senato della Repubblica ricorda Eduardo De Filippo a trenta anni dalla sua scomparsa. Nell’Aula di Palazzo Madama “Cantata delle parole chiare. Voci dal teatro di Eduardo in Senato”. Luca De Filippo ha ricordato la figura del padre leggendo alcuni passaggi dell’intervento in Aula svolto da Eduardo il 23 marzo 1982 quando il senatore a vita affrontò, in un’interpellanza all’allora ministro di Grazia e Giustizia, la condizione dei giovani detenuti nell’Istituto “Filangieri” di Napoli, i ragazzi di Nisida 

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Napoli l’ha descritta, raccontata, recitata, cantata, amata, vissuta, abbandonata. E condannata. Quel suo “fuitevenne”, l’invito ai ragazzi napoletani a scappare dalla città, per inseguire il loro destino altrove, fu un clamoroso grido di dolore, un atto d’accusa tremendo, la terribile consapevolezza che è meglio investire lacrime e sacrifici da un’altra parte perché a Napoli non c’è via di scampo, non c’è futuro: la fuga come unica via di salvezza.

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini e Eduardo De Filippo

Sandro Pertini e Eduardo De Filippo

Un lacerante urlo di dolore, un colpo al cuore, soprattutto al suo cuore, perché Eduardo e Napoli, sono sempre stati un’unica cosa nella realtà prima ancora che nell’immaginario collettivo. Sandro Pertini, nel messaggio di fine d’anno agli italiani del 31 dicembre 1981 spiegò così il perché della nomina a senatore a vita di De Filippo. E lo fece rivolgendosi soprattutto ai napoletani, quelli che spesso non avevano capito Eduardo, quelli che non sempre l’avevano amato. “Napoletani è a voi che mi rivolgo. Nessuno ha veramente compreso, per quale ragione, io abbia nominato il vostro Eduardo De Filippo senatore a vita. L’ho nominato non solo per i suoi meriti, grandissimi meriti di grandissimi artista, ma anche per rendere omaggio alla città di Napoli che si sente abbandonata e che in maniera emblematica rappresenta i mali del meridione che sono disoccupazione, mancanza di case e malavita”.

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De Filippo non solo era il simbolo di Napoli era di più, era un’autentica “voce di dentro”. Eppure complesso, profondo, difficile, complicato e tormentato è sempre stato il suo rapporto con la città. Eduardo ha incarnato il sentimento prevalente del napoletano vero, un sentimento che si divide in due ma che poi è uno solo: quell’amore-odio che ogni napoletano sente per la sua città che da sempre si rifiuta e si offre, che promette e delude, che fa sognare ma non fa vivere. Ma c’è di più: ha incarnato anche il sentimento del napoletano che si sente perennemente in credito con la sua città, quelle forme d’ingratitudine che Eduardo sentiva sulla sua pelle. Scrisse nel “Sindaco del rione Sanità”: “ ‘a vita è tosta e nisciun’ t’aiuta. O meglio c’sta chi t’aiuta, ma una volta sola… pè putè di’: “T’aggio aiutato”.

Eduardo ha sempre sentito forte, molto forte, l’impegno per i ragazzi di Napoli, gli scugnizzi.  Spesso ricordava alcuni versi di una canzone di Viviani ( e lo fece anche  a Palazzo Madama) per rimarcare, che  se agli scugnizzi venissero offerte un minimo di opportunità, il loro destino sarebbe ben diverso. “Addio botte co’ pere, capriole pe’ a città, pezzulle ‘e marciapiedi non me siente chiu’ ronfa’. Io tengo chi m’ha dato vitto, alloggio e civiltà. ‘A folla dei scugnizzi mo’ so’ a meglio gioventù, fotografa ‘sti pizzi che addo’ vai non trovi chiu’, e quanno torni in patria sviluppa e fà vede’: tenimmo sempre roba megli’ e te”.

Invece a quei ragazzi di strada la vita non concede spesso neanche una chances e, molto frequentemente, si vedono “costretti” a deviare da quella che viene definita la retta via. Il suo grande rammarico è sempre stato di non essere riuscito a fare qualcosa di concreto per i suoi scugnizzi. Da senatore   ebbe il grande merito di portare in Parlamento i problemi, i drammi, le angosce di grande parte della gioventù napoletana e del ruolo che avrebbe dovuto svolgere l’istituto rieducativo Filangieri,  istituto che oggi non esiste neanche più, (acquistato nel 2000 dall’Università Navale per uso accademico i lavori di rammodernamento non sono mai iniziati).

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“I ragazzi di undici, dodici, tredici , che sono poi le vere vittime di una società carente come la nostra nei riguardi della gioventù – disse De Filippo nel suo primo discorso al Senato -entrano nell’istituto in attesa di giudizio e vi restano spesso per anni e anni in quanto, o per la mole di lavoro o per l’asmatico meccanismo burocratico, i processi subiscono sempre lunghissimi ritardi e rinvii. Compiuti i diciotto anni, poi, ancora in attesa di giudizio, i ragazzi vengono trasferiti nelle carceri di Poggioreale.

E, finalmente, celebrato il processo, mettiamo che l’imputato venga assolto, dove si presenta una volta messo in libertà? Chi è disposto a dare fiducia e lavoro ad un avanzo di galera? Questa non è una domanda che mi sono posto io, che non conoscevo il “Filangieri”. È una domanda angosciosa che si pongono gli stessi ragazzi dell’istituto che, durante la mia visita mi dissero: “Non usciamo da qui con il cuore sereno, in pace e pieno di gioia, perché se quando siamo fuori non troviamo lavoro né un minimo di fiducia per forza dobbiamo finire di nuovo in mezzo alla strada!” La solita vita sbandata, gli stessi mezzi illeciti, illegali per mantenere la famiglia: scippi, furti, la rivoltella, la ribellione alla forza pubblica. Insomma sono sempre punto e daccapo.

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“Ora –disse sempre Eduardo nel suo discorso al Senato -bisogna tener conto del fatto che i napoletani, e in specie quelli di 18 anni, sono pieni di fantasia, pieni di spontanee iniziative in caso di emergenza, sempre vogliosi e mai appagati di un minimo di riconoscimento sincero per la loro vera identità.

Ci voleva una guerra perché gli spaghetti, la pizza con la pommarola, le canzoni, le chitarre e i mandolini invadessero l’Europa e l’America, e mettessero fine finalmente ai luoghi comuni: mandolinisti, mangia maccheroni, sfaticati, terroni eccetera. Adesso le canzoni le cantano pure loro, su al Nord… Il napoletano, in linea di massima, se vuole vivere  e trovare lavoro nella città che gli ha dato i natali, come sarebbe poi suo diritto, deve ricorrere a trovate pulcinellesche o a mezzi equivoci e illegali che gli possono dare la certezza di tornare la sera a casa sua, solo che riesca a non farsi beccare dalla polizia. E sarebbe una vita questa?”

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Eduardo era un uomo solo. Molto severo, molto rigoroso, soprattutto con se stesso. Una vita all’insegna del rigore e alla ricerca ostinata ed esasperata del perfezionismo. “Il gelo -disse – è sempre stato lo stile della mia vita. Solo con il gelo si può fare autenticamente teatro.” Una forma di misantropia fondata sul disgusto e il disprezzo di un malcelato senso della vita. Sprucido, scorbutico, scostante, per molti una burbera “canaglia”. Eppure lontano dalle scene era un uomo dolcissimo. Amava moltissimo gli animali, aveva un rapporto molto particolare con i gatti. Quando si sposò con la prima moglie, l’americana Dorothy Pennington, ne aveva diciotto, di gatti. E quando viveva a Parco Grifeo, in una piccola casa mentre scriveva Filumena Marturano e non sapeva come andare avanti dopo il primo atto, una gatta gli entrò dalla finestra, di notte, e gli andò a dormire sulla scrivania, sopra i fogli, sul manoscritto, fra carte e appunti, trasmettendogli una forza strana e misteriosa, muta, intensa: l’ispirazione.

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C’è poi stata una gatta, Pallina, che con lui aveva un rapporto speciale, che è stato raccontato da Isabella De Filippo, la sua ultima moglie. “Pallina era figlia di Santarella, una gatta raccolta a piazza San Ferdinando da mia figlia che strappò la gatta ad un gruppo di giovinastri che si divertivano a torturarla. Eduardo, visto che recitava in quei giorni nella commedia “La Santarella”  volle scegliere quel nome per la sua gattina scampata alla morte. Pallina fu partorita nella nostra casa, proprio nel letto di Eduardo. L’amore, che è sentimento senza logica e senza ragione, cominciò subito: Pallina e Eduardo dormivano sempre insieme; spesso lei gli si accovacciava sulla testa. Lui amava cucinarle gli spaghetti col burro e parmigiano, li faceva soltanto per lei, espressamente.

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Una volta che si ammalò e fu operata, Eduardo passò molte notti in bianco per curarla. Le inumidiva le labbra, le asciugava gli occhi, la vegliava e l’accudiva. Pallina era un gatto ma era un po’ anche un cane: si sedeva sempre sullo stesso gradino in giardino e aspettava con pazienza fedele che Eduardo tornasse. Poi gli balzava subito in braccio e cominciavano a parlare. A parlare? Sì, a chiacchierare. Lui faceva le domande “sei contenta di rivedermi?” “ti hanno trattato bene?” “hai fame, hai sonno?” e lei rispondeva. Cioè, lo fissava negli occhi con quel modo che hanno i gatti, e che è un modo di parlare. E ogni tanto miagolava. Un miagolio, lo so che è ridicolo dirlo, che suonava non come un miao, ma come un ué. Sì, ué:  parlava napoletano. Il loro legame era fortissimo, Pallina era una propaggine di Eduardo. Non vorrei raccontarlo, perché può sembrare patetico, ma è vero. Quando lui morì, in clinica, nella stessa identica ora mi hanno detto che la gatta in casa si disperò, cadde come in preda a un furore, a miagolii terribili, a un deliquio…”

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Eduardo oltre all’amore per gli animali (amava anche i cani) aveva un altro debole, sconosciuto ai più. Amava il gioco d’azzardo, gli piaceva, soprattutto, giocare a Chemin et fer, ed è stato un grande ed assiduo frequentatore del Casinò di Saint Vincent. Quando con la sua compagnia recitava nei teatri del nord, molto spesso subito dopo la recita si metteva in auto per raggiungere la casa da gioco valdostana. Si faceva anche cinque ore di auto, fra andata e ritorno, per inseguire l’emozione di un otto e un nove, per sedersi al tavolo verde e sfidare il destino. Ma Saint Vincent, dove tutti lo riconoscevano, gli chiedevano autografi, insistevano per offrirgli qualcosa al bar o per invitarlo a cena, ad un certo punto cominciò a stargli stretta. Ed allora Edoardo scelse Aix-les-bains  sulle sponde del lago di Bourget, nel cuore della Savoia, un Casinò dove poteva fare quello che veramente voleva, giocare. Solo giocare. Senza clamori e senza gente intorno. L’universo infinito e fascinoso del gioco d’azzardo, dei personaggi pittoreschi e senza eguali che frequentano i Casinò e le “case” da gioco, le truffe senza fine che si possono realizzare con un mazzo di carte, un mondo che conosceva bene, Eduardo lo volle raccontare in “Quei figuri di trent’anni fa”, un atto unico inserito nel gruppo di opere da lui chiamato “Cantata dei giorni pari”.

Peppino, Titina e Eduardo, i De Filippo

Peppino, Titina e Eduardo, i De Filippo

L’azione e l’opera di Eduardo De Filippo sono state decisive affinché il “teatro dialettale”, precedentemente giudicato di second’ordine dai critici, fosse finalmente considerato un “teatro d’arte. Se non fosse stato così russi, americani, inglesi non si sarebbero innamorati delle sue opere. La Napoli di Eduardo non assomiglia a nessun’altra. La sua è una città ironica e beffarda, semplice ed ingenua, dove non c’è posto per l’autocompiacimento o per il sentimentalismo e dove non regna un fatalismo incondizionato. E’ una Napoli amara di fame e superstizione, egoismo e paura, sensibilità e debolezze, sogni e dolori, miserie e nobiltà.

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In tutto il teatro di Eduardo c’è la presenza di un tipo d’italiano della media o piccola borghesia, è l’individuo medio di sempre, quello che è sempre stato un suddito e che ha tentato e tenta, in ogni modo, di diventare protagonista. Elevò le vicende dei personaggi dei “bassi” napoletani a emblemi della vita stessa, con la sua carica di dolore e felicità, di comicità e tragedia, facendo della farsa disincantata il modo più adeguato per parlare dei guasti della vita quotidiana e delle fatiche dell’anima. Fu il giudice e fustigatore della piccola borghesia.

Autore, attore, regista e capocomico ha lasciato una traccia inconfondibile. Come attore, secondo Orson Welles, è stato il più grande di sempre. “Eduardo è un puro napoletano; ma non c’è attore più avaro di lui nei movimenti. Non si accontenta di dominare la scena; concentra su di sé la sala intera… E questo, con un’economia fisica quasi irreale. Non c’è un suo equivalente fra gli attori di cinema, che si pensa siano costretti a trattenersi dalla vicinanza della macchina da presa. Ma, anche quando recita nella sala più grande, Eduardo riesce a proiettarsi in «primo piano» fino in fondo al loggione. È il più grande attore del mondo.“

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Molte delle commedie di Eduardo hanno anticipato temi sociali e contribuito anche alla nascita di alcune leggi. Il caso esemplare è quello di Filumena Marturano. Una volta i figli senza un padre ed una madre venivano definiti figli di “nn”. Il grande successo della commedia fece sì che il legislatore eliminasse sui documenti, sulla carta di identità la dicitura  figlio di “nn”. E “Napoli milionaria”? Finita e persa la guerra si doveva iniziare la ricostruzione del nostro paese mezzo distrutto e messo in ginocchio dalla sconfitta. Dice Gennaro Iovine, il protagonista della commedia: “la guerra non è finita, non è finito niente” e poi con filosofia “Adda’ passa’ ‘a nuttata”.

Parole semplici, per dire che c’è una guerra tutti giorni, c’è da combattere nemici potenti e agguerriti quali il disordine, la corruzione, la prepotenza, la disonestà. La nottata deve passare perché si ricomponga quella che, con un’immagine indovinata di Raffaele La Capria definì  “l’armonia perduta”. Un’armonia che Napoli non ha mai più conosciuto. Ieri come oggi, non è cambiato nulla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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