di Gianpaolo Santoro
Era il 30 marzo del 2005, Papa Giovanni contro il volere di tutti si affacciò alla finestra del suo studio per salutare e benedire una piazza San Pietro piena come un uovo: c’erano canadesi, messicani, polacchi e tanti, tanti ragazzi delle scuole milanesi, più di cinquemila. Benedice a gesti: il vecchio e malato pontefice non aveva la forza di parlare, la piazza è percorsa da un brivido di commozione. Due ore dopo la benedizione, Joaquìn Navarro-Valls, portavoce della Santa Sede, annunciò che era cominciata la nutrizione enterale mediante il posizionamento di un sondino nasogastrico, l’inizio della fine.
Credevamo che avremmo dovuto ricordare quel giorno di primavera soprattutto per l’ultimo saluto di Giovanni Paolo II. Ed invece quel 30 marzo di dieci anni fa ha rappresentato anche qualcos’altro per il Paese, l’inizio della terza Repubblica e la fine del bipolarismo reale. Si incontrarono per la prima volta Matteo Renzi, del centrosinistra, giovane presidente della Provincia di Firenze e Silvio Berlusconi, leader del centrodestra, presidente del governo più longevo nella storia della Repubblica e il secondo dell’Unità d’Italia (dopo Mussolini). Un incontro senza alcuna logica, fuori da ogni schema, senza alcun esigenza. E nonostante tutto questo voluto con determinazione e nella massima segretezza, erano anche giorni di campagna elettorale…
Berlusconi era un Premier scontento, aveva perso il proverbiale sorriso, di li a poco avrebbe consegnate le dimissioni al presidente della Repubblica per poter fare un rimpasto e costituire un nuovo governo di fine legislatura. Era deluso fiutava che il vento era contrario ed, infatti, il voto regionale fu un mezzo disastro. Si lamentava il Cavaliere, si lamentava perché non trovava nelle file del suo schieramento l’uomo capace di incarnare una leadership moderna, lo scouting per la ricerca di un Delfino non aveva dato i suoi frutti. Serviva un giovane intelligente, carismatico, buon comunicatore e che “bucasse il video”. E doveva avere idee chiare, grandi ambizioni e sconfinata spregiudicatezza, capace insomma di non farsi ingoiare dalla politica.
Quella mattinata di campagna elettorale di Berlusconi a Firenze venne pianificata Denis Verdini e, lo si creda o meno, l’incontro più importante era quello in Prefettura, in una saletta privata, lontana da occhi indiscreti e giornalisti. Ora per chi non conosce Verdini, meglio rinfrescare le idee: prima macellaio, poi laureato in Scienze politiche, poi commercialista, poi presidente del Credito Cooperativo Fiorentino e poi, soprattutto, editore (“Il giornale della Toscana”, il dorso locale de “il Giornale”, il “Cittadino” di Siena, “Metropoli” e detentore del 15 per cento del Foglio di Giuliano Ferrara) prima repubblicano, poi esponente del Patto Segni, poi forzista, poi pidiellino, poi di nuova azzurro. Sempre in movimento, politica, affari, grande intraprendenza, nessuna ideologia, guai giudiziari. E una fitta, trasversale, rete di amicizie. Quelle che contano, che non si basano su tessere di partito. E fra i suoi amici sin dai primi anni novanta, Tiziano Renzi democristiano di vecchio stampo, poi consigliere comunale della Margherita, il padre di Matteo.
“Silvio ti presento Matteo, il presidente della Provincia di Firenze, non è dei nostri ma questo non importa. E’ furbo e smaliziato, sveglio e intelligente, sa come si parla alla gente e buca il video. Credimi è bravissimo. Non ha neanche trent’anni ma ha un futuro enorme…”
Tutto è cominciato così, senza fronzoli e preamboli. Battutine e sorrisetti, i due sono inguaribili showman, amano stare al centro dell’attenzione, si assomigliano molto. Cominciò così un “sodalizio” prima segreto, poi sempre più chiaro, per arrivare sino ai giorni nostri, dove la vecchia amicizia è diventata un patto politico, forse un partito unico, di certo un pensiero dominante. Quel famoso 30 marzo del 2005 sancì l’inizio della terza Repubblica e la fine del bipolarismo, altro che riforme e legge elettorale.
Io faccio un “favore” a te, tu fai un “favore” a me, passo dopo passo. Si cominciò con quella strana storia dell’elezione di Renzi a sindaco di Firenze, anzi ancora prima dalle primarie quando il giovane Matteo sfidò l’intera classe dirigente del Partito presentando la sua candidatura. Il sindaco designato doveva essere Lapo Pistelli, a cui Renzi aveva fatto da assistente parlamentare. Ma a Firenze avvenne nel silenzio più o meno quello che è stato denunciato in Liguria da Cofferati: tutto il centrodestra andò a votare per Renzi, Verdini, che è uno che conta da quelle parti, schierò le sue truppe cammellate: fu un successo, l’avversario venne staccato di 14 punti, un abisso. E l’elezione a sindaco venne fornita su un tappeto di gigli scegliendo come suo competitore un numero uno si, ma solo fra i pali di una porta, Giovanni Galli.
E poi ne è passata tanta di acqua sotto il Ponte Vecchio il giovane è cresciuto, ha fatto conoscere le sue idee ed i suoi progetti anno dopo anno in una vecchia stazione ferroviaria, la Leopolda. Ha ingaggiato la sua guerra santa contro la vecchia politica, la sua compagna di rottamazione: basta con la gerontocrazia, sempre le stesse facce e con Montecitorio come una sorta di Cocoon, con arzilli vecchietti che parlano di futuro. Aveva visto giusto Verdini, una escalation fulminea che ha portato il giovane Renzi prima alla segreteria del Pd e poi a Palazzo Chigi.
E dall’altra parte Berlusconi è andato avanti, continuando la sua corsa ad ostacoli fra alleati che tradiscono, tentativi di golpe sventati e golpe riusciti che lo portano alle dimissioni da Premier, giudici (spesso politicizzati) che, nonostante un bel po’ di leggi su misura, lo incriminano di tutto e di più, storie di donne, televisioni, mazzette, voti, tasse: una trentina di processi fra assoluzioni perché il fatto non sussiste, prescrizioni ed una condanna passata in giudicato il primo agosto 2013 per la vicenda-Mediaset con conseguente interdizione per due anni dai pubblici uffici, decadenza dalla carica di senatore, l’affidamento ai servizi sociali.
Il giovane e il vecchio. Due mondi che si sono solo sfiorati. Eppure la storia ci riporta a quell’incontro in Prefettura, a quella “amicizia” che ha portato al Patto del Nazareno, lo schiaffo di Renzi al Pd e ad una ventennale linea politica improntata fondamentalmente sullo scontro frontale col nemico, la legge elettorale, la governabilità, il monocameralismo, il Quirinale, una decina d’anni di potere, il futuro garantito per il giovane Premier. Per Berlusconi, invece, il Patto del Nazareno è stata la resurrezione. Costretto alle dimissioni dal governo, stretto nell’angolo dalla condanna e dalla impossibilità di fare politica, Berlusconi era finito. Ed, invece, grazie a questa alleanza innaturale fra destra e sinistra il Cavaliere si è ritrovato prima a fare da rassicurante “ruota di scorta”, i suoi voti in aggiunta a quelli della maggioranza, poi, come accaduto al Senato per l’Italicum, da “salvagente” con i suoi voti indispensabili per l’approvazione della legge. Praticamente un appoggio esterno. Il che, comprensibilmente, può aprire scenari completamente diversi. Il famoso passaggio dal Patto del Nazareno al Partito del Nazareno. Ora la prossima mossa è portare un “uomo del Nazareno” al Colle. Un Presidente per amico. Cominciano le consultazioni.









