di Giandomenico Lepore e Nico Pirozzi
Carmine Schiavone, nel corso dell’audizione dell’ottobre del 1997 davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo di rifiuti affermò che “Da quando l’affare rifiuti è diventato un affare autorizzato dal clan gli abitanti della zona del Casertano rischiano di morire tutti di cancro entro ventenni.” Il boss dei boss dei Casalesi è morto a 72 anni. Carmine Schiavone, è stato a lungo collaboratore di giustizia. Da alcuni anni era uscito dal programma di protezione per i pentiti. Giandomenico Lepore e Nico Pirozzi, un magistrato ed un giornalista, in“Chiamatela pure giustizia (se vi pare)”, edizioni Cento Autori, si sono occupati di munnezza, ecocrimini, ecoballe ed ecoaffari.
Dopo le dichiarazioni di Perrella arrivarono quelle di un altro pentito di camorra. Assai più importante e informato dell’ex trafficante di cocaina. Quel Carmine Schiavone che per conto del clan dei Casalesi era stato la mente del mega affare dei rifiuti (si tenga conto che per lo smaltimento di un solo fusto la camorra incassava mezzo milione delle vecchie lire).
La sua collaborazione – che all’epoca dei fatti creò un vero e proprio caso giuridico, essendo in esecuzione di pena e non in corso d’indagine, come previsto dalla legge – iniziò nel maggio 1993. Sulla scorta delle sue dichiarazioni scattarono le indagini. Ma come era già successo per Nunzio Perrella, i più credettero che le dichiarazioni messe a verbale dal pentito casertano fossero frutto di un ragionamento di convenienza. L’ex manager della munnezza (che per conto di Francesco Schiavone, il Sandokan di Casal di Principe e di Cicciotto ‘e mezzanotte, il nomignolo col quale era conosciuto Francesco Bidognetti, a partire dalla fine degli anni Ottanta aveva interrato centinaia di tonnellate di veleni nelle campagne del casertano, del napoletano e del basso Lazio, nelle viscere dei Regi Lagni, all’epoca dei fatti oggetto di interventi di risistemazione, e sotto l’asfalto e i piloni di cemento dell’allora costruenda superstrada che collega Nola al litorale Domizio) ci consegnò un elenco delle società e dei camion utilizzati per il trasporto; ci indicò i luoghi dove erano state occultate grandi quantità di rifiuti tossici, speciali e – sostiene Schiavone – anche radioattivi, pur non essendone mai stata provata l’esistenza.
La notizia trovò spazio anche su telegiornali e quotidiani, senza però suscitare particolare interesse da parte della popolazione residente. A onor del vero, va anche detto che erano veramente in pochi, pochissimi, in Italia, a conoscere la natura e gli effetti di questi traffici sulla salute umana. Disinformazione, mancanza di norme ma anche una buona dose di omertà tra i cittadini che, come le tre scimmiette di shintoista memoria, non vedevano, non sentivano e non parlavano. Difficile credere che centinaia di camion, che per anni, ad ogni ora del giorno e della notte, hanno attraversato le strade della regione, non siano stati notati da nessuno: né da un vigile urbano, né da un sindaco, né da qualcuno che avesse la possibilità di fermare lo scempio. Non ho paura di essere smentito se affermo che qualcuno di questi signori, che oggi si stracciano le vesti, è stato probabilmente anche pagato per accogliere liquami industriali e fognari nelle proprie campagne. Nella convinzione, tutt’altro che vera, che quella munnezza, come accadeva per il letame con il quale venivano concimate le campagne, si dissolvesse nell’aria.
Questo per ribadire che l’attenzione nei confronti dell’ambiente era praticamente uguale a zero, sia da parte dei cittadini che delle istituzioni, malgrado nuove grosse operazioni di polizia (“Eco” del 1994-1996, e “Cassiopea” del 1999-2002) segnalassero l’urgenza di passare dalle parole ai fatti. Un primo, decisivo passo in tal senso viene fatto nel marzo 2001, quando l’esportazione, l’importazione, il trasporto e la gestione abusiva di «ingenti quantitativi di rifiuti» diventavano reati. Crimini, puniti con la pena della reclusione da uno a sei anni.
A differenza di quanto accaduto fino ad allora (i delitti contro l’ambiente erano per lo più stati estinguibili con il pagamento di una semplice sanzione pecuniaria), la nuova norma permette all’autorità giudiziaria inquirente di operare un salto di qualità nell’organizzazione delle indagini, attraverso l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche e l’eventuale ricorso alla custodia cautelare.
A novembre 2003, a finire in manette sono 19 persone, incappate nelle maglie dell’indagine denominata “Re Mida” che porta alla luce un vasto giro di veleni provenienti da tre regioni (Lombardia, Veneto e Toscana) smaltiti illegalmente nelle province di Napoli, Salerno e Caserta, con la tecnica del “tombamento” o utilizzati come compost in agricoltura. Ed è proprio nel 2003 che “Legambiente” tiene a battesimo il termine “Terra dei fuochi”, nell’indicare quella fascia di “terra di nessuno”, a cavallo tra le province di Napoli e Caserta, dove “i rifiuti da oltre dieci anni sono stati e sono l’industria trainante”. Intanto, i racconti di nuovi collaboratori di giustizia andavano ad arricchire di inediti particolari il quadro di un disastro che nella Terra dei fuochi è andato di scena per anni. Di notte. Ogni notte.
A fine marzo 2008 ad iniziare un percorso di collaborazione con i magistrati della Dda è anche Gaetano Vassallo, il ministro dei rifiuti del clan dei Casalesi, che più di vent’anni prima aveva indicato alle aziende del Nord i luoghi dove smaltire a prezzo di saldi di fine stagione almeno trentamila tonnellate di fanghi provenienti dall’Acna di Cengio e decine di migliaia di tonnellate di altri rifiuti tossici. L’uomo che per conto del clan Bidognetti ha gestito in regime di vero e proprio monopolio il business dei veleni in provincia di Napoli e Caserta, utilizzando come sversatoio cave, laghetti artificiali, scavi stradali, terreni agricoli e del demanio, discariche autorizzate e non. Per quest’uomo, come lui stesso ha raccontato in una lunga intervista, ogni buco nel terreno era buono per vomitarci dentro di tutto: sfravecatura, acidi, morchie esauste, rifiuti ospedalieri, residui di vernici, pneumatici usati, resine industriali, e quanto di peggio esista. Senza precauzioni o cautele di sorta, come potrebbe essere l’uso di un semplice telo impermeabilizzante. Vassallo non è certo uno sprovveduto. In anni ed anni di disonesto lavoro aveva conservato pacchi e pacchi di documenti. Uno straordinario archivio di date, nomi e luoghi, che tassello dopo tassello ha permesso a noi magistrati di ricostruire i rapporti tra camorra e politica, un vero e proprio sodalizio criminale, nato e consolidatosi lungo l’asse dell’emergenza rifiuti e degli impianti utilizzati per gestirla in maniera funzionale agli scopi da conseguire.
Sin qui la storia, più in là l’amara realtà. Quella che racconta Rosaria Capacchione in un lungo e documentato reportage pubblicato nell’agosto 2012 dal quotidiano “Il Mattino”. “A voler mettere in fila le 191 inchieste che hanno attraversato l’Italia delle ecomafie – scrive la giornalista, oggi senatrice del Pd – a voler guardare bene nelle migliaia di faldoni che le compongono, si scopre che raccontano solo a metà il fenomeno che ha appestato campagne e coscienze diventando fonte di guadagni pressoché illimitati (tre miliardi di euro nel solo 2010, stando alle stime di Legambiente) per le consorterie mafiose. Si scopre, cioè, che in tutte quelle carte mancano i nomi: di mediatori, di lobbisti che hanno tessuto la strategia, di uomini delle istituzioni che hanno tollerato o coperto il traffico di rifiuti, di industriali che hanno approfittato dell’offerta a costi bassi per smaltire milioni di bidoni di sostanze velenose finiti nelle terre di Giugliano, Villaricca, Villa Literno, Casal di Principe, Maddaloni, Marcianise. A voler riunire le 191 inchieste in una sola, si scopre che raccontano, dunque, una storia incompiuta, piena di buchi: quelli delle discariche abusive e quelli delle conoscenze investigative, interrotte quasi sempre a mezza strada”.
Io non guardo, io non vedo, io non sento
Tutto chiaro! Ma, al di là delle leggi che c’erano o non c’erano, come è stato possibile perpetrare un simile crimine? È stato possibile perché nessuno ha vigilato; perché tutti credevano che la salvaguardia dell’ambiente non fosse un problema anche suo; perché nessuno – mi riferisco alle regioni di provenienza degli imprenditori che hanno avvelenato le nostre terre – ha aiutato la Campania nel momento del bisogno. È accaduto perché sono circolati tantissimi soldi, che servivano a ingrassare tutti. Gaetano Vassallo, ad esempio, racconta che il Commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti gli pagò 850mila euro per il noleggio di camion che non si mossero nemmeno di un metro. E a pagare il conto erano, come sempre, i cittadini.
“Ogni abitante della Campania sommersa dalla spazzatura, vegliardi e neonati compresi – scrivevano nell’oramai lontano 2007 Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo – tira fuori quasi 61 euro l’anno per pagare gli stipendi degli “operatori della nettezza urbana”: metà di quello che costa l’intero ciclo (ciclo si fa per dire) dei rifiuti. Per non parlare della pioggia di consulenze “non sempre imposte dalla straordinarietà e dall’emergenza” e dei compensi per commissioni di gara e di collaudo costituite “a valle di scelte sulla cui opportunità si deve nutrire più di un dubbio” “. È successo perché la camorra ha avuto gioco facile, anche dopo aver inquinato. Si è infiltrata ovunque, come emerge dai documenti in possesso della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti: ha acquistato a prezzi di saldo i terreni dove localizzare sversatoi e siti di stoccaggio, che poi ha venduto o locato a peso d’oro alla Fibe; ha gestito la fornitura del cemento per la costruzione delle piazzole di stoccaggio dei rifiuti e anche il trasporto delle ecoballe che vi venivano ammassate.
Comunque sia, la risposta migliore è, a mio avviso, quella schematicamente sintetizzata tra le righe di una recente inchiesta sulla Terra dei fuochi, condotta da due giornalisti napoletani. “Tutte le indagini sull’emergenza rifiuti in Campania – spiegano i due cronisti – hanno lo stesso filo conduttore: c’è un gruppo criminale che fa da agenzia, che mette a disposizione la mano d’opera, che incassa, che monetizza; e una pubblica amministrazione che, nel migliore dei casi, resta a guardare. Magari non si arricchisce (quando non è corrotta), ma si adatta, gioca al risparmio di energie e coltiva la propria rendita di posizione. […] Tra i personaggi di questa commedia ci sono sempre uno o più funzionari di Stato mandati in un posto ad occuparsi di un problema, ma che preferiscono alzare le spalle e voltarsi. […] A distanza di anni viene un sospetto, un atroce sospetto: forse se gli anonimi protagonisti di questa storia avessero mantenuto gli occhi aperti e la schiena dritta, se non fossero rimasti passivi di fronte a piccole grandi irregolarità, oggi un problema locale non sarebbe diventato un caso nazionale». Tutto qui! Non c’è altro da aggiungere.

















