Falce, salsicce e martello. Ricordate le feste dell’Unità, la grande cassaforte del vecchio Partito comunista, il comizio, le tessere, le tavolate ed il concertino a prezzo politico? Tanti soldi poche spese, i volontari rossi, sono stati una icona di quella generazione comunista. Già, ma non solo. Anche i conti in nero devono essere stati una bella botta al bilancio. I compagni al compagno Gino lo pagavano sotto banco, senza tante cerimonie. Siamo tutti comunisti, no?
Perché riproporre vecchi articoli, reportage, interviste? Volando alto con Giorgio Manganelli, scrittore, giornalista potremmo dire che “una civiltà letteraria non è fatta di letture, è fatta di riletture”. Più semplicemente il ripresentare alcuni articoli rappresenta una grande opportunità. Un modo per scoprire giornalisti o protagonisti di un’altra generazione, di conoscere o ricordare fatti, dimenticati. Per riproporre interviste e reportage dei giorni nostri.
Sospettato di aver intascato soldi in nero alle feste dell’Unità, accusato di evasione fiscale per aver trasferito il suo tesoretto in Svizzera e addirittura, come l’ultimo degli spalloni, fermato al confine mentre cercava di rientrare in Italia con troppi contanti, e per questo multato dai doganieri.
L’ultimo rappresentante della scuola dei cantautori genovesi, l’81 enne Gino Paoli, da artista rispettato e osannato da diverse generazioni di fan, si è trasformato in poche ore nel bersaglio degli impietosi social network che hanno già macinato centinaia di versioni alternative dei titoli delle sue canzoni, sul tipo “Il cielo in una banca”. Lui si sfoga con il suo avvocato milanese Daria Pesce: “Assurdo che questa vicenda sia finita in pasto al pubblico, e comunque sono tutte balle e lo dimostrerò”.
L’attuale presidente della Siae ed ex deputato del Partito Comunista Italiano, secondo la procura e la guardia di finanza genovesi, custodisce in un conto svizzero circa due milioni di euro. Una parte di questo denaro, in base ad una serie di intercettazioni telefoniche con il suo ex commercialista, sarebbe il frutto di pagamenti in nero per concerti tenuti a varie serate svoltesi in tutta Italia della festa dell’Unità.
È proprio Gino Paoli a spiegare che all’epoca, siamo nella metà dello scorso decennio, era stato “costretto” ad accettare parte dei pagamenti in nero “alle feste dell’Unità, e adesso quei soldi vorrei riportarli indietro”. La telefonata viene intercettata all’inizio del 2014. Paoli non è sotto controllo, ma lo è invece Andrea Vallebuona, commercialista lanciatissimo nel capoluogo ligure perché nell’orbita di Giovanni Berneschi, ex potentissimo presidente di Banca Carige finito in manette a maggio, per truffa e riciclaggio di soldi in Svizzera, assieme ad altre sei persone. Tra queste c’è Vallebuona che ha molti clienti importanti, tra cui anche Gino Paoli.
I finanzieri del nucleo di polizia tributaria, guidato dal colonnello Carlo Vita, in quei giorni oltre al filone principale bancario sviluppano anche quello di Paoli. Raccolgono dati e testimonianze. E nei giorni scorsi, secondo il procuratore aggiunto Nicola Piacente e il pm Silvio Franz, arriva il momento di effettuare i sequestri dei documenti con perquisizioni nell’appartamento sulle colline di Nervi e negli studi dei commercialisti in cui hanno sede le società di Paoli, “Senza fine”, “Grande Lontra”, “Sansa srl” amministrate dalla moglie Paola Penzo, anche lei indagata.
L’ipotesi dell’accusa, al momento tutta da dimostrare poiché il cantautore non ha potuto ancora difendersi, è basata su intercettazioni e indagini. A Paoli viene contestato di aver nascosto, nella dichiarazione dei redditi del 2009, ma relativa al 2008, 800 mila euro, e contemporaneamente di aver trasferito in Svizzera 2 milioni di euro. Sempre in base alla ricostruzione degli inquirenti, l’autore di “Sapore di sale” dopo aver deciso di non aderire allo scudo fiscale che consentiva di riportare legalmente i capitali dall’estero previa trattenuta, di fronte agli intervenuti accordi tra Svizzera e Italia che prevedono l’invio alle autorità romane di elenchi di correntisti italiani delle banche elvetiche, comincerebbe a preoccuparsi. E decide di rivolgersi a Vallebuona per far rientrare in qualche modo i soldi.
Secondo l’accusa con modalità illecite. E per questo motivo anche Vallebuona e il suo socio Alfredo Averna sono indagati, anche se ieri il loro studio non è stato perquisito e il loro avvocato Romano Raimondo spiega che non hanno ricevuto comunicazioni. In effetti, dopo che esplose lo scandalo Carige, Paoli andò a ritirare le sue pratiche e le trasferì in un altro studio di commercialisti Sysdata, nello stesso edificio.
Ma non è tutto. Ai primi di dicembre il cantautore è stato fermato dai finanzieri ad uno dei valichi di confine con la Svizzera. Paoli stava rientrando in Italia e sia lui che la sua auto sono state sottoposte a perquisizione. E sono saltate fuori parecchie banconote, si parla di una somma di diverse migliaia di euro, sicuramente per un importo superiore a quello che è consentito importare. Per questo motivo è scattata una segnalazione fiscale e un sanzione pecuniaria. Ma ora deve difendersi dell’accusa più grave e cercare di dare una spiegazione a quell’ombra gettata sulle Feste dell’Unità. Chiarire se quei soldi “neri” arrivavano dai promoter o direttamente dal partito delle bandiere rosse.
(Giuseppe Filetto e Marco Preve, “la Repubblica)











