L’azienda del sesso
Pompei fa scuola

di Carlo Paolo Visconti

La Legge Merlin è superata? La prostituzione per molti va ormai regolamentata, 70 mila prostitute, 9 milioni di clienti, un giro di affari che va da 7 a 10 miliardi l’anno. L’azienda del sesso fa girare molti, moltissimi soldi. E non è certo un fenomeno degli ultimi tempi. Anzi… Pompei ci insegna molte cose.

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Una volta era solo la Lega a voler legalizzare la prostituzione nello sbigottimento generale. Ora qualcosa sta cambiando. C’è una disegno di legge tri-partisan, che si pone come obiettivo la legalizzazione della prostituzione, definita “lavoro sessuale”. La prima firmataria è Maria Spilabotte del Pd con i piddini Sergio Lo Giudice e Monica Cirinnà, ma c’è anche la firma di Alessandra Mussolini (Forza Italia) e dai 5 Stelle Annalisa Bencini e Lorenzo Battista.

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La riforma riguarderebbe le circa 70mila prostitute che secondo le statistiche operano in Italia nel mercato del sesso e che possono vantare 9 milioni di clienti l’anno, per un movimento che oscilla dai 7 ai 10 miliardi di euro l’anno. La riforma guarda al modello della Germania e dei Paesi Bassi, dove i lavoratori del sesso sono considerati liberi professionisti con l’obbligo di versare le imposte, ma vieterebbe l’apertura di bordelli. I sindaci però avrebbero il potere di creare delle zone a luci rosse dove concentrare la prostituzione cittadina.

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E bene, farebbero, a guardare indietro, a studiare l’Impero romano per capire come funzionavano le cose, ad esempio a Pompei che era, la capitale del sesso, dell’Impero. Il saggio “Ex corpore lucrum facere: la prostituzione nell’antica Pompei” dell’archeologo l’archeologo Pietro Giovanni Guzzo (già sovrintendente di Pompei ed Ercolano) e dello storico del diritto romano Vincenzo Scarano Ussani  incrociava rilievi archeologici, fonti letterarie e storiche, e soprattutto l’aspetto economico del fenomeno prostituzione.

Il “Catalogo Regionario del IV secolo d.C.”, ad esempio, individuava sul territorio di Roma la bellezza di 92 bordelli, la prostituzione rappresentava una fonte di reddito tutt’altro che trascurabile per le famiglie più ricche che vi “impiegavano” una porzione consistente del loro parco-schiavi ed avevano un approccio manageriale rispetto al fenomeno.

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A Pompei esiste l’unico edificio dell’antichità sulla cui funzione di bordello non esiste dubbio alcuno e ben 59 rilievi riferibili a pratiche sessuali più o meno a pagamento. Oltre al lupanare, con quegli affreschi che sembrano la trasposizione pittorica dell’Ars Amandi di Ovidio, ci sono opere d’arte altrettanto eloquenti sparse in giro per le domus e numerosi graffiti con ragazze e ragazzi che mettevano in vendita il loro corpo, illustrando con dovizia di particolari le loro abilità, fissando con puntualità il prezzo per la prestazione offerta.

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C’è un aspetto però fondamentale e spesso trascurato: prostituirsi non era un mestiere per donne libere. “Il mestiere di prostituta – ha scritto Guzzo – non era consentito alle donne e agli uomini liberi. E perdevano una serie di diritti, inclusa la facoltà di testimoniare di fronte a un giudice”. La prostituzione era allora appannaggio di schiavi, coloro i quali non avevano diritti e, di conseguenza, non avevano neanche doveri. Potevano vendere il proprio corpo al lupanare, alle terme o in taverna.  Ma gli schiavi erano proprietà privata “e questo – secondo Guzzo – rappresenta uno degli aspetti più interessanti: non esercitavano per conto proprio, quanto piuttosto erano obbligati a vendere il proprio corpo per fare gli interessi economici del padrone”.

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Fare impresa. Il saggio “Ex corpore lucrum facere: la prostituzione nell’antica Pompei” ci ha spiegato che si trattavano di vere e proprie aziende. Venivano allestite squadre di prostitute e prostituti. Un “patrimonio” in carne e ossa dalla rendita certa ma purtroppo soggetto a svalutazione (l’età, si sa, ha il suo peso).  Ed allora: ricordate quei piccoli ambienti pieni di raffigurazioni erotiche in alcune delle più celebri domus pompeiane, come la Casa dei Vettii e la Casa del Centenario? “Secondo l’interpretazione moderna – ha spiegato Guzzo – potevano esercitare tre funzioni diverse: o erano luoghi in cui incentivare l’accoppiamento tra schiavi affinché nascessero altri schiavi, o erano sale del piacere in cui il padrone di casa in compagnia di amici, a fine cena, poteva intrattenersi con schiave e schiavetti. Oppure ancora erano i luoghi che il dominus metteva a disposizione dei clienti delle sue schiave per la consumazione”. Insomma nulla era lasciato al caso. Organizzazione, efficienza, qualità, professionalità. Una cosa è certa: il giro di soldi notevole ,il sesso a pagamento era una azienda fiorente e rappresentava decisamente un elemento importante per il prodotto interno lordo dei tempi.

 

 

 

 

 

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