di Eduardo Palumbo
Matteo, ancora un Matteo. Se c’è un Matteo segretario alla guida del Pd, c’è anche un Matteo, alla presidenza del Partito. Si potrebbe parlare di Matteocrazia, se Renzi non oscurasse tutto e tutti con quel suo decisionismo che non conosce tentennamenti e rispetto per gli avversari.
Memorabile quel “Fassina chi?” che ruppe ogni dialogo con la minoranza interna. Insomma o ti adegui al renzismo e diventi renziano al cento per cento o non c’è futuro per te in questo Partito Democratico. E Matteo Orfini presto, molto presto si adeguato. Al punto tale di dividere col suo amato leader nella lunga notte del voto regionale, la grande passione i videogiochi di calcio. Una cosa seria mica giochini, una vera e propria sorta di ludopatia come da lui stesso rivelato con un twitter. “Ho portato l’Avellino in Europa League. Però ora qualcuno mi tolga championship manager dal cellulare#dipendenze”.
Orfini era stato fondatore della corrente dei cosiddetti “Giovani turchi”: definiti a volte come “post-dalemiani” o “socialdemocratici”, quelli che come scrisse il Foglio “credono sia necessario prendere le distanze da “una finanza sempre più spregiudicata, riscrivere il grande patto nazionale tra capitalismo e democrazia, combattere quel pensiero unico neoliberista che ha influenzato anche tanti riformisti”. Spiegò Matteo Orfini. “Non è pensabile che il Pd debba diventare una specie di UdC un pochino più di sinistra. Non è così. Non è più così. E per questo il nostro partito dovrà prepararsi alle elezioni contrapponendosi in modo chiaro al PpE italiano, all’UdC più il PdL, dimenticandosi ciò che è stato il ‘Lingotto’ e configurandosi sempre di più come fosse un grande Pse italiano”.
Chiaro, no? A volte il destino: dopo le dimissioni di Gianni Cuperlo è saltato al volo sulla poltrona di presidente che prima era stata di Rosy Bindi e Romano Prodi. Un salto acrobatico, senza guardarsi indietro. E non c’è traccia di quello che ha detto, del progetto politico che si prefiggeva, nel partito che oggi presiede. Ma la politica oggi è così, la coerenza è vista come una malattia rara. All’ultimo congresso ha appoggiato Cuperlo (al quale subito ha soffiato la poltrona) ma sin dal primo momento si è capito che il carro del vincitore era per lui molto invitante.
E si è ritrovato così archeologo rottamatore. Ma come commissario (dopo il primo scandalo di Mafia Capitale) del Pd romano, della città dove ha cominciato a fare politica al circolo “Mazzini”, di rottamatore ha davvero ben poco. Una indagine sul Pd capitolino affidata a Barca (risultato esistono due Pd: uno buono ed uno cattivo) e null’altro, città e tessere azzerate ma solo sulla carta. Il sistema di potere della Capitale che ha eletto sindaco e governatore non è stato scalfito. Ma neanche discusso. Si presume che il Pd cattivo non conti niente, che non abbia suoi uomini all’interno delle istituzioni ed in ruoli chiave dell’amministrazione.
Già, perché chi guida città e Regione è per dispensa papale escluso da ogni “problema”, fosse anche solo di troppo blando controllo, da Mafia Capitale. Eppure la Mucca che ha preso il posto della Lupa, faceva mangiare tutti. La difesa di Orfini del suo partito è esemplare, di quelle da manuale. “Nessuno sconto a chi ha sbagliato, per cui chi ha ceduto dovrà pagare il suo debito con la giustizia, non è degno di stare nel Pd”, ma, nello stesso tempo, piena fiducia al sindaco Ignazio Marino, come al presidente della Regione, Nicola Zingaretti. Perché, lungi dall’essere collusi con il sistema criminale che sta emergendo, sono stati un baluardo contro il malaffare”.
E quel “Se resta Marino ci mangiamo Roma in tre anni” non viene neanche preso in considerazione. L’intransigente Orfini, quello che si è vergognato clamorosamente dopo la sentenza della Diaz che l’allora capo della polizia De Gennaro “sia presidente di Finmeccanica” non batte ciglio. Appalti, tangenti, mazzette, e che centrano al Campidoglio?
Servizi segreti, trame nere, il presidente Orfini ha disegnato un quadro fantasioso ed inquietante. “Chiederò al Copasir di occuparsi della vicenda per capire come i servizi segreti non si siano accorti di cosa stesse facendo una persona a loro evidentemente nota come Carminati e di come abbia potuto costruire un sistema criminale di tale entità”. Forse farebbe prima a chiederlo ai tanti del Pd nelle istituzione, ma è un dettaglio. Consiglieremmo però ad Orfini di battere anche la pista dei servizi segreti britannici: 007 James Bond non solo è stato visto a Roma ma è andato addirittura in Campidoglio per incontrare Marino: che possa essere venuto per la Mucca del mondo di mezzo?











