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Bandiera rissa trionferà

di Gian Antonio Stella

«E si combattono non come un popolo imparentato, non come avversari prossimi, ma come nemici estranei, di stirpe straniera, infierendo reciprocamente con tanta crudeltà…» Fatta la tara a tutte le differenze di epoca e di gravità, lo scontro nel Pd ricorda davvero, almeno un po’, lo sconcerto del biografo di Federico Barbarossa, Rahewino, davanti all’ostilità che divideva fra loro le genti lombarde: ma come possono odiarsi tanto? Certo, lo scontro non riguarda tutti. Anzi, sono in diversi gli uomini di buona volontà che ci provano, in questa che potrebbe essere l’ultima assemblea del partito, a trovare una mediazione. A implorare gesti di apertura da una parte e dall’altra. Niente da fare. «Ormai c’è troppo rancore. Troppo…», sospira Luigi Berlinguer.

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La relazione di apertura A parole sì, Renzi pare andare incontro qua e là, nella relazione di apertura, a qualche istanza di chi lo contesta. Celebra il rispetto, cita babbo e mamma che glielo hanno insegnato: “Un partito deve scegliere di rispettarsi sempre e praticare il rispetto verso la comunità di militanti e iscritti che senza chiedere niente passano le serate a organizzare le campagne elettorali e le feste dell’Unità e chiedono a noi di rispettarci. In questi mesi il Pd non si è rispettato, ha bestemmiato il suo tempo… Guardiamoci negli occhi rispettandoci”. I suoi fanno gesti di assenso, i diffidenti alzano il sopracciglio. C’è chi accenna Zucchero: “Non c’è più rispetto / neanche tra di noi / Il silenzio e rotto / dagli spari tuoi…”

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

E lui, Matteo, spara davvero. E dice “fuori di qui ci prendono per matti» e denuncia che «sta tornando la Prima Repubblica» e si lamenta di essere «stato insultato” e sferza Michele Emiliano che “per avere subito il congresso minacciava le carte bollate” e via via che va avanti, con una parentesi un po’ democristiana per elogiare Paolo Gentiloni che naviga nella scia (molto è stato fatto ma molto resta ancora da fare…) alza i toni: “Peggio della parola scissione c’è solo la parola ricatto”. Tutto chiaro, sbuffano gli avversari: l’accordo non gli interessa. Si va allo scontro. Il punto, come spiega dal mattino Luca Lotti, è: “L’importante è non restare noi col cerino in mano”.

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Matteo Renzi

L’odio reciproco Spiega ruvido Davide Zoggia “ormai è fatta: scissione”. Lui, Bersani, fa mostra di essere meno convinto. Racconta però che un libro che gli aveva spedito un amico allasede del Pd in via del Nazareno, è stato respinto al mittente: “Destinatario sconosciuto”. “Così c’era scritto: destinatario sconosciuto. Insomma, non è più casa mia…”. Per carità, non si fanno scissioni per questo. Ovvio. Anche piccoli episodi così, però, hanno contribuito a far crescere la diffidenza, il rancore, l’odio intestino. Lo spiegava, anni fa, lo scrittore Fulvio Tomizza parlando di cose ancora più serie: “Devono ancora inventare un lievito che gonfi come gonfia l’odio”.Odio reciproco, si capisce. Un odio freddo. Tra i guardiani dell’una e dell’altra parte. Basti sentire Giachetti. “Roberto, mi raccomando», lo introduce Matteo Orfini, preoccupato all’idea che torni ai toni usati contro Roberto Speranza, quando sbottò che aveva “la faccia come il (censura)”. L’ex candidato sindaco di Roma ce l’ha con Massimo D’Alema che ha dato buca al dibattito assembleare: “Salutiamo il “conducador” della scissione, che in quanto a coerenza non ha mai smesso d’indicarci la linea. Il 12 novembre diceva che col referendum terminava il suo impegno, qualunque fosse l’esito referendario. E invece fresco fresco è in giro per l’Italia ad organizzare comitati”. E gli altri che pensano di sbattere la porta? Chi si è messo in lista per parlare? Bersani no, Speranza no, Rossi no… Quasi che sia ormai un rito inutile…

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Da Epifani a Fassino Guglielmo Epifani sì, è venuto. Rivendica di non aver mai usato certi toni, snocciola uno dopo l’altro i suoi dubbi sul Jobs act, sulla scuola (“So che in quel mondo c’è del conservatorismo ma se ti fanno contro lo sciopero più grande saranno stati fatti o no degli errori?”), sulla legge elettorale… “Speravamo che il segretario ci ascoltasse, invece tira diritto”. Ecco Gianni Cuperlo. Anche lui si aspettava “un gesto di apertura da parte di Renzi”» ma no, non se ne va: preferisce (e cita senza nominarlo Ingrao: “i comunisti mi capiranno”) “estare nel gorgo. Farò di tutto perché la sinistra si senta a casa nel Pd”. Accorato Piero Fassino. Riconosce che sì, “ha ragione Epifani: avere dei dubbi è legittimo. Ma basta per andare a una scissione? Non va bene usare quella parola: ne ne diventa prigionieri”.

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Walter Veltroni

Il primo segretario Ci prova Walter Veltroni. Ricorda che “se la sinistra fosse stata unita non avrebbe vinto Berlusconi, se l’esperienza del governo Prodi fosse proseguita la storia avrebbe avuto un altro corso”. Sgrida: “Quanto male ci hanno fatto il partito della nazione e l’idea che non ci sono differenze tra destra e sinistra? Ce lo ricorda Trump che le differenze ci sono!” Ammonisce: “Se la sinistra è minoranza sono in minoranza i diritti, le esigenze dei più poveri. La sinistra non ha diritto di essere minoranza per scelta”. Arriva in sala la notizia: “Bersani parlerà non qui ma dalla Annunziata alle due e mezzo”. “Dirà che ce ne andiamo”, giura Zoggia. “Non hanno il fegato di venirlo a dire qui”, sbotta Lorenzo Guerini. Michele Emiliano va su e giù come un leone in gabbia: “Qui è in ballo una questione non solo politica ma antropologica. Non voglio esser io a rompere. Però…”Fa sapere di essersi iscritto a parlare. Aspetta il suo turno nervosamente.

Gli altri interventi Tocca ad Andrea Orlando. Duro: “Siamo chiusi a farci la guerra sulle tessere. Se stessimo di più dentro la società le antenne ci avrebbero permesso di capire cosa sta succedendo”. Francesco Boccia: “Ieri mi è toccato perfino di cantare Bandiera Rossa (ironie in sala). Ho usato le strofe di Zucchero: “Avanti popolo, con la Lambretta rossa””. Daniele Viotti: “Vero, bisogna saper perdere. Bisogna anche, però, saper vincere”. Walter Tocci: “La scissione metterebbe in sicurezza la sconfitta”…

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Emiliano, Rossi e Speranza

Il comunicato Macché. Renzi non apre, gli altri chiudono. “Game over”, sibila Speranza andandosene. Mezzora e arriva il comunicato degli aspiranti segretari. “Anche oggi nei nostri interventi c’è stato un ennesimo generoso tentativo unitario. Purtroppo caduto nel nulla. È ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima”.

(Corriere della Sera)

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