di Valerio Caprara
Come in ogni prison-movie che si rispetti, la metafora risulta semplice eppure strenuamente coerente: qualunque sia la natura del crimine commesso, qualunque sia l’identità del segregato, l’ossessione della libertà è il sentimento più forte, oseremmo dire più “spettacolare” comunicato al mondo esterno Continua a leggere
